Oltre 1200 migranti hanno partecipato alla Celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo nella Basilica di Santo Stefano per la Pentecoste «Sentitevi pietre vive della Chiesa ambrosiana»

di Annamaria Braccini

messa pentecoste 2018 AICI

Forse nessun luogo come la Basilica di Santo Stefano Maggiore, nella mattina della Pentecoste milanese, è immagine più concreta di quella Comunità dispersa che la discesa dello Spirito riunisce. Una Chiesa, nella metropoli dalle molte immigrazioni, comunque e sempre ambrosiana, ma anch’essa multietnica, arricchita oggi da storie e usanze antiche, tradizioni e devozioni radicate nei fedeli che hanno attraversato Continenti e mari per trovare una vita migliore per sé e i propri figli.
E così in “Santo Stefano” gremita di oltre 1200 fedeli, “parrocchia personale di tutti i migranti”, arriva anche l’Arcivescovo che presiede l’Eucaristia, appunto, nella Festa delle genti.
«Festeggiamo il dono della Pentecoste, la discesa dello Spirito. Grazie per essere qui», sottolinea nel suo saluto inziale don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti, presentando ai fedeli il nuovo vicario episcopale di Settore, monsignor Mario Antonelli, che già accompagna la Comunità salvadoreňa presso il Centro Schuster.
«Siamo, in questo momento, una fotografia di quello che è, e sarà sempre di più, una Chiesa di Milano radicata nella tradizione ambrosiana, ma fatta di tante provenienze, vera Chiesa dalle genti».
Il pensiero corre all’annuncio, giunto ieri da papa Francesco, della Canonizzazione di Paolo VI e di monsignor Romero che avverrà il prossimo 14 ottobre.
«Saranno santi insieme e questo dice tanto di quanto l’uno abbia apprezzato l’altro. Il martirio di monsignor Romero [ucciso sull’altare, mentre celebrava Messa, il 24 aprile 1980] è un esempio che la fede va presa sul serio».
«Desidero che vi sentiate accolti come pietre vive, fratelli e sorelle della Chiesa di Milano. Siamo tutti figli di Dio perché abbiamo ricevuto il suo Spirito», dice subito monsignor Delpini, rivolgendosi direttamente ai presenti. Persone di tutte le età – moltissimi i bambini e le giovani coppie – con le bandiere, i colori e i lineamenti dei volti che parlano di luoghi lontani, con i costumi della terra di origine che si armonizzano ai paramenti indossati da alcuni dei 15 sacerdoti, di diverse Cappellanie, che concelebrano il Rito. Le Letture in lingua inglese e spagnola, i canti che spaziano dalle sonorità coreane a quelle maronite libanesi, dall’Eritrea alla Cina, accompagnano l’intera Celebrazione.

L’Omelia dell’Arcivescovo

«La barca a vela quando è ferma nel porto fa tristezza, quando si inoltra tra le acque è motivo di gioia e immagine di coraggio», spiega l’Arcivescovo usando una chiara simbologia per indicare che «ogni comunità, da qualunque parte del mondo venga, se sta chiusa nella cerchia di coloro con cui è facile intendersi, mette, appunto, un poco di tristezza, come quella che viene vedendo gente che vive solo di nostalgia di un paese lontano».
Per questo serve un vento amico, che spinge la barca a vela a prendere il largo, che convince a intraprendere il viaggio che porta alla meta. «Il vento dello Spirito di Dio che incoraggia a inoltrarsi nella nuova dimensione, nella nuova Chiesa che vogliano costruire: la Chiesa dalle genti, dove tutti sentono di essere a casa loro, la Chiesa che, costruita sul fondamento della fede e animata dallo Spirito, è piena e ha un messaggio di gioia da portare in questa città, ciascuno con il suo modo di vivere l’allegria a e l’invocazione. Spiegate le vele, inoltratevi nella storia con il coraggio di guardare lontano».
Ma – certo – non ogni vento è amico. «In molti Paesi può essere un uragano disastroso, creare danni incalcolabili, causare un’incontrollata confusione in cui l’emotività spinge gli uni contro gli altri. Il vento amico è solo quello che viene dalla croce di Gesù. Secondo la promessa del Vangelo, lo Spirito di verità, che indica la via affidabile, è caratterizzato dalla mitezza e dalla umiltà».
Ma dove porta tale Spirito del Signore? Immediata la risposta del vescovo Mario.
«Fa sì che tutto quello che c’è di bello nella nostra Chiesa, nel nostro modo di pregare, di vivere la famiglia, l’educazione dei figli, l’impegno per la società, la dedizione al lavoro, venga trasfigurato» nella consapevolezza, come dice san Paolo, «che la pluralità è per il bene di tutti».
Da qui la conclusione che si fa monito e impegno condiviso: «Ciascuno di noi deve essere fiero della propria cultura, della tradizione che l’ha generato alla fede, per ciò che ricevuto dal suo Paese di origine. Ma questa gratitudine, tuttavia, non sia per pretendere di imporre se stessi, ma per mettersi a servizio. Così che tutti, accolti in questa Chiesa e in questa terra, possiamo sentire la riconoscenza come un motivo per domandarci come contribuire a costruire la Chiesa di domani. Ciascuno di noi ha un dono, è stato chiamato con una vocazione santa, ma chiamato anche a costruire l’unica Chiesa.
Ecco come invochiamo oggi lo Spirito santo: «Vento amico gonfia le nostre vele perché abbiamo il coraggio di andare a largo; insegnaci a percorrere la strada di Gesù, a invocare l’unico nome sotto il cielo per cui possiamo essere salvati. Vieni vento amico della comunione e spingi ciascuno a essere presenza luminosa, contributo generoso, disponibilità volonterosa».
Poi, il lungo scambio di pace, la Liturgia eucaristica con i doni portati all’altare da piccoli e adulti – sempre bellissima la danza ritmata delle bimbe dello Sri Lanka – e la solenne Benedizione finale di Pentecoste, prima che inizi, sul sagrato la grande festa conviviale multietnica.

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