La serata di incontro dei giovani del Decanato di Cesano Boscone con l’Arcivescovo Mario Delpini, occasione di ascolto e confronto, e vera comunione, per condividere gli spunti nati a partire dalle domande dei giovani
Letizia
Gualdoni
Servizio per i Giovani e l'Università
Una cena informale e allegra, il tempo disteso dell’incontro, le lettere colorate “Kaire” – come l’Arcivescovo ama essere salutato – che campeggiano all’oratorio San Luigi, a Corsico, e il dono, semplice e affettuoso, di uno zainetto pensato per accompagnarlo nei suoi viaggi e pellegrinaggi. Così i giovani del Decanato di Cesano Boscone hanno accolto, giovedì 26 febbraio, l’Arcivescovo Mario Delpini, in una serata segnata dalla fraternità e dal dialogo sincero.
«Che cosa ci ricorda la presenza del nostro Vescovo Mario? – è stato detto nell’introduzione – Ci ricorda che prima di tutto chi cammina dietro Gesù non è mai da solo». Non è solo perché c’è la compagnia fedele del Signore e perché nella Chiesa ci sono fratelli e sorelle con cui condividere la fede. E tra questi anche dei padri: «Il nostro Arcivescovo Mario è nostro padre nella fede».
La bellezza della serata è stata proprio questa: sentirsi parte di una famiglia più grande. La famiglia del Decanato, quella della Comunità pastorale e della parrocchia, fino alla famiglia ancora più ampia che è la Diocesi. Un legame invisibile, ma reale, che non nasce da una semplice simpatia, bensì dalla comunione e dalla fede. Una “catena” che unisce tutti, dentro una Diocesi grande, che l’Arcivescovo desidera accompagnare e custodire.
Alcuni dei giovani hanno condiviso la propria esperienza e posto domande profonde all’Arcivescovo. La prima ha toccato uno dei nodi più difficili: «In un mondo che sembra governato dal caos e dal male, com’è possibile vedere e riconoscere che Dio esiste, è presente e si sta prendendo cura di noi e del mondo? Come rispondere a chi sente il silenzio di Dio nella sua vita?».
L’Arcivescovo ha risposto con grande semplicità: «Io non presumo di avere risposte esaurienti». Il riferimento è stato chiaro: il Vangelo. «Dio nessuno lo ha mai visto. Il Figlio unigenito, che dimora nel Padre, Lui ce lo ha rivelato». L’opera di Dio si vede in Gesù. Non in una teoria che risolve tutti i problemi, ma nella vita concreta del Signore, che ha condiviso la condizione degli umili, dei condannati, degli infelici.
«Io non so da dove viene il male, ma so che Gesù l’ha sconfitto. Io non so perché c’è la morte, ma so che Gesù è risorto». Per questo la risposta, ha insistito, è una sola: «Guarda Gesù». Non cercare una formula che sistemi l’universo, ma contempla il modo in cui Dio ha scelto di stare nella storia.
Una giovane ha raccontato il suo ritorno alla fede, dopo un periodo di distanza dalla Chiesa. Un incontro inatteso, la Messa riscoperta, la consapevolezza che «il Signore mi stava aspettando». Da lì l’impegno come educatrice e il cammino nel gruppo giovani. Da questa testimonianza è nata un’altra domanda: come poter senitire la voce del Signore che chiama ciascuno alla sua vocazione? Nella sua esperienza, che cosa l’ha aiutata a capire la sua vocazione? L’Arcivescovo ha citato il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni: «Rimanete in me e io in voi… Vi ho chiamato amici… perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». E ha indicato, in un mondo frenetico e rumoroso, una via concreta: il silenzio. «Una delle caratteristiche irrinunciabili delle persone è la capacità di fare silenzio». Non ore e ore, ma tempi veri per fare silenzio, “decifrare il desiderio” e “decifrare la storia”: riconoscere ciò che davvero abita il cuore, rileggere le ferite, le gioie, gli incontri. È lì che Gesù parla. «Talvolta decifrare la storia vuol dire ricordare chi sono, da dove vengo, cosa mi è successo, chi sono i miei genitori, chi sono i miei fratelli, pensare anche quando la mia fede è nata, magari da una crisi. Ecco la storia, quando si fa un po’ di silenzio forse qualche volta si sentono ancora le ferite, perché quando si vive si attraversano anche le ferite. Ferite vuol dire magari dei dispiaceri che ho avuto, dei momenti difficili che ho vissuto con i miei genitori o altre persone, dei lutti che i sono capitati, magari in famiglia, dei nonni, e il dolore mi ha travolto. Ciascuno di noi ha le sue ferite però queste ferite si devono leggere dentro la storia. E io credo che a un certo punto Gesù dice qualcosa sulle nostre ferite». Per questo la comunità cristiana è chiamata a offrire, anche ai giovani, spazi di silenzio, ritiri, occasioni di ascolto.
Un’altra domanda ha riguardato la preghiera e i sacramenti nel ministero del Vescovo. «I sacramenti sono gesti che contengono l’opera di Gesù. È Lui che opera».
Di fronte al senso di impotenza che talvolta prova incontrando comunità che conosce solo per un giorno, l’Arcivescovo ha confidato: «Io cosa posso fare per questa gente?… Posso celebrare la Messa. Dare Gesù». Talvolta, ha detto, è l’unica cosa che può fare. Ed è la più importante.
La sfida più grande del suo ministero? «La tristezza dei cristiani». Non tanto una tristezza evidente, quanto la mancanza di gioia. Cioè c’è tanta brava gente ma «ci sono cristiani che non sono contenti di essere cristiani». E invece tutto, nella vita della Chiesa, dovrebbe servire a irradiare la gioia, insieme alla carità.
Anche il cammino sinodale è stato spiegato in questa prospettiva: «La sinodalità è il metodo cristiano per prendere decisioni cristiane». Non una formula magica, ma la responsabilità condivisa di domandarsi come essere Chiesa in un territorio concreto e come vivere la missione.
In chiusura, una provocazione semplice e diretta: «Che cosa posso fare io, giovane di questo Decanato, per il mio Vescovo?». La risposta è stata affidata alla preghiera. Pregare per l’Arcivescovo, perché il suo ministero è a servizio della fede di tutti.
La serata si è conclusa con la preghiera insieme della Compieta, nella chiesa nel centro di Corsico, e un lungo applauso. Un incontro che ha lasciato nel cuore una frase, un invito, forse una decisione.
“Guardate Gesù”. E lasciate che da Lui nasca la gioia di essere cristiani!







