Redazione

di Luca Frigerio

Tre, quattro ragazzi tirano sassi contro un muro, senza divertimento, con fare annoiato. Per strada passa un uomo in bicicletta, pedalando adagio, lasciando che un cane nero lo segua. Per il resto è silenzio. Un tacere pesante, che copre ogni cosa come la nebbia e che s’alza da distese infinite di campi giallastri, che a primavera saranno risaie. È la desolata, quieta bellezza della Lomellina. Terra ricca di ricordi e di memorie passate, che oggi vive come sospesa in un limbo, lontana dalle città affollate, evitata dalle strade di grande traffico. In attesa di un riscatto, chissà, o che semplicemente accada qualcosa. Valeggio è uno dei tanti, piccoli paesi lomellini. Immerso nelle brume d’inverno, affogato nella calura d’estate. Poche case raggruppate attorno alla chiesa, tra vecchie cascine e cortili in cui vagano oche e galline. E c’è un castello, altro elemento ricorrente, familiare persino, nel paesaggio di questa parte della bassa padana. Ma qui, il maniero, s’annuncia da lontano, da dovunque s’arrivi. Colpa, o merito, delle sue belle torri, che gli danno un’aria imponente, sì, ma non opprimente. Una dimora di nobile eleganza, anche se non ricercata, né ostentata. Gradevole, insomma. Nella linea del tetto spezzata da una selva di comignoli, piccoli e grandi. Nello svelarsi sulla muratura delle tracce di antiche porte e finestre. Nell’abbraccio, intorno, di stalle, fienili e casolari, testimonianze di una trascorsa laboriosità. Non c’è rocca che sia uguale all’altra, in Lomellina. Ma questa di Valeggio è per molti aspetti davvero particolare, a cominciare dalla pianta: trapezoidale, e quindi inconsueta rispetto alla più canonica impostazione quadrata o rettangolare. Sette torri cilindriche la cingono, disposte in modo asimmetrico, erette sul finire del Medioevo, quando mutarono drasticamente le regole della guerra e le strategie militari. Non più assalti con scale e macchinari, ma palle di cannone e di colubrina a sfondar muraglie. E, proprio per questo, niente spigoli vivi, né piatte difese, ma superfici curve, per dare meno bersaglio ai micidiali proiettili. Di una fortezza a Valeggio si hanno notizie certe fin dai primi anni del XIII secolo, quando la troviamo menzionata in codici e documenti. Ma la sua origine potrebbe, dovrebbe, essere ben più antica. Leggende locali, ripetute con orgoglio di generazione in generazione, narrano ad esempio del passaggio in questa piccola borgata della regina Teodolinda, signora del popolo longobardo, figura storica e mitica a un tempo. Fu lei, dicono alcuni, a far erigere qui un castello. No, raccontano altri: ella si limitò a ingrandirne uno già esistente… Quel che è certo, è che questa zona ebbe maggior fortuna proprio in antico, in epoca romana prima, con i longobardi poi. Come confermano i numerosi, importanti ritrovamenti archeologici avvenuti sul territorio. Terra di confine, incuneata tra ducati diversi, travagliata dagli opposti interessi dei liberi Comuni prima, delle signorie poi, la Lomellina visse in seguito una storia di lotte e di contese, i suoi campi trasformati sovente in campi di battaglia. Valeggio entrò nell’orbita milanese già nel 1213, il paese e il castello strappati a forza, a quel che possiamo immaginare. I Visconti ne fecero uno dei loro capisaldi, da affidare a famiglie di provata lealtà, o da usare come merce di scambio nei complicati giochi della diplomazia.

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