Redazione

Testo e foto di Luca Frigerio

Arialdo non poteva tacere. Diacono della Chiesa ambrosiana, si guardava attorno e ovunque vedeva soprusi, inganni, menzogne. Gli onesti erano derisi, i poveri schiacciati. Chi avrebbe custodito questo gregge disperso, se proprio quei pastori a cui era stato affidato erano incapaci e corrotti? Le cariche ecclesiastiche si mercanteggiavano per lo più a suon di denari, le chiese con i loro benefici venivano acquistate dal miglior offerente, e molti, tra quei sacerdoti, non avevano più alcun rispetto per la dignità del loro abito… La voce di Arialdo risuonò potente nella Milano che si era affacciata al secondo millennio, scuotendo la Lombardia tutta, raggiungendo fino la cattedra di Pietro, a Roma. Il diacono chiedeva alla Chiesa, alla sua Chiesa, una riforma dei cuori e dei costumi, un ritorno alla purezza delle origini, ricordando l’insegnamento di Ambrogio, proclamando la verità del Vangelo. Molti lo seguirono. Molti altri lo odiarono. Poi, quando alle questioni di fede si unirono le rivendicazioni politiche, si arrivò allo scontro tra gruppi, nelle piazze, davanti agli altari. Arialdo fu preso e assassinato. Ma il suo martirio non fu vano. Di tutto ciò ritroviamo memoria a Cucciago, di Arialdo paese natale, disteso su una verde collina brianzola, vicino a Cantù. Un borgo d’antica origine, senza evidenze eccezionali, forse, ma con molteplici motivi d’interesse, racchiuso idealmente tra due chiese – il santuario della Madonna della Neve da un lato, la parrocchiale dall’altro – e gravitante ancor oggi attorno alle vestigia del castello, fulcro di un centro storico recuperato in tempo e valorizzato. Cosa purtroppo non frequente in tanta parte della nostra regione. La chiesa parrocchiale, dunque. L’aspetto attuale è moderno, ma la sua fondazione data alla metà dell’XI secolo, e si deve, quasi certamente, allo stesso Arialdo che, come già aveva fatto a Milano, volle creare qui una “canonica” dove i preti avrebbero fatto vita comune, in povertà e preghiera, ispirandosi al modello ideato secoli prima da san Martino. Anche la dedicazione ai santi Gervaso e Protaso, i martiri ritrovati e celebrati da Ambrogio, si deve probabilmente allo stesso diacono: un ulteriore, evidente segno di fedeltà alle venerabili origini della Chiesa milanese. Del passato rimangono pale e dipinti del Cinque e Seicento, di buona fattura, di scuola lombarda. Ma è il grande ciclo di affreschi degli anni Quaranta ad attirare in particolar modo la nostra attenzione. Un’opera assolutamente non comune, dovuta a due personalità non comuni: don Luciano Brambilla (il committente, l’ideatore del complesso progetto iconografico) e Giuseppe Ravanelli (l’artista, originale e inventivo, capace di interpretare modernamente la solida lezione del naturalismo lombardo).

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