Redazione

Il piccolo borgo di Cemmo, infatti, si stende più in là, oggi come un tempo, quasi timoroso di turbare la quiete della plebana.
Delle sue origini poco si sa. Una leggenda la vuole fondata da Carlo Magno. Un’altra la dice costruita in origine dai Camuni convertiti dal vescovo Siro, patrono di Pavia, apostolo infaticabile che si spinse tra questi monti nel IV secolo.
Quel che è certo, è che questa di Cemmo è una delle chiese matrici della Val Camonica, se non la prima in assoluto.
Ma di quel primo tempio oggi non resta più nulla, se si esclude qualche frammento reimpiegato nella costruzione medievale.
Eccezionale è la perizia con cui le maestranze romaniche lavorarono alla realizzazione di San Siro.
Eccezionale, sosteniamo, perché impervio, insolito e angusto è l’ambiente in cui dovettero operare.
Non c’è facciata, ad esempio; tant’è che la chiesa quasi sembra penetrare a occidente nella viva roccia.
E la pianta stessa della pieve avrebbe dovuto essere quanto mai irregolare: avrebbe dovuto, ma non lo è, o almeno non lo si percepisce, perché gli abili costruttori seppero dissimulare le asimmetrie con un diverso spessore delle murature, adattando di volta in volta il progetto alla conformazione del terreno. Sul lato a meridione, l’unico veramente accessibile della chiesa, si apre un nitido portale, ornato di tralci vegetali e di figure mostruose, purtroppo fin troppo “ripulito” nei restauri d’inizio Novecento.
L’interno mostra un equilibrio insospettato: le tre navate si animano di luci e ombre, dilatando lo spazio con effetto piacevolmente illusionistico.
E lo stesso è per la ripida gradinata di fondo, resa necessaria dall’affiorare della roccia, ma che così concepita dà respiro e profondità all’insieme. È qualcosa di inatteso, come inattesa è la luminosità della cripta, autentico cuore di questa chiesa, impreziosita da splendidi capitelli carolingi.
Il monastero di San Salvatore si trova non molto distante, superato di poco il moderno abitato di Capo di Ponte.
La mole della sua chiesa, armoniosa, severa, si intravede tra gli alberi, svelandosi a tratti tra l’oro del fogliame e il verde dei prati. Sorge su un’altura modesta, appartata, in splendida solitudine: proprio il luogo che i neri monaci cluniacensi avevano desiderato per il loro ritiro.
I discepoli di san Benedetto si insediarono in quest’angolo della Val Camonica nella prima metà dell’XI secolo, quando cioè il potente ordine di Cluny diffondeva in gran parte dell’Europa cristiana il suo spirito riformatore: austerità, moralità e recupero della purezza dell’ideale monastico delle origini. E centralità della figura di Cristo: motivo per cui, ad esempio, anche questa chiesa conventuale venne consacrata al nome del Salvatore.
Senza dimenticare, tuttavia, che proprio a Brescia, fin dall’epoca longobarda, una delle chiese cittadine più importanti portava lo stesso titolo.
continua…

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