Redazione

Se San Siro è un gioiello d’arte romanica, San Salvatore non è affatto da meno. Anzi, alcune caratteristiche, alcune peculiarità, la rendono forse ancora più interessante.
Scomparsi ormai da tempi i luoghi claustrali, trasformati gli edifici abbaziali, la chiesa si presenta invece intatta, con le sue tre navate, i capitelli scolpiti, la bella mole del tiburio ottagonale… Sentiamo la necessità di girarle attorno, di costeggiarla muro dopo muro, quasi per fare ciò che a San Siro non ci è stato permesso.
E tocchiamo con mano la gratificante ruvidità dei massi squadrati, delle pietre sapientemente disposte.
Tutto è semplice, tutto è vero. E armonioso, come l’alternarsi di pieni e di vuoti al suo interno, di archi e di colonne, che svelano e nascondono.
Sui capitelli, come a San Siro, alati animali si inseguono e si scontrano, figure fantastiche si mostrano impudenti.
Come le sirene dalla doppia coda, esseri per metà umani, per metà bestiali, monito a non lasciarsi cadere preda del peccato, che snatura, che trasforma, che rende “altra” la natura stessa dell’uomo. Sono sculture che impressionano, eseguite probabilmente da mani diverse, alcune più attente ai volumi, altre più disposte al dettaglio. Artisti locali? Scalpellini lombardi? Forse. Ma l’aria che si respira in San Salvatore diffonde, ci sembra, anche i profumi della Borgogna, brilla di accenti d’oltralpe.
Il tiburio, ad esempio, massiccio ma non pesante (alleggerito, com’è, da bifore eleganti), è tipico di area francese.
E la stessa struttura della chiesa, nella sua linearità, nel suo rigore, è uno splendido esempio di architettura cluniacense, così come si impose negli anni dell’abate Ugo di Sémur. Il sole ormai è tramontato dietro il monte sacro ai Camuni.
L’oscurità avvolge San Salvatore, e del salmodiare antico dei monaci non resta che una debole eco portata dal vento.

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