Redazione

Veniva da lontano, Philippe Du Bois. Da una terra al di là delle Alpi, e ancora più su, dove la parlata francofona risuonava di uno strano accento, e dove le donne andavano per strada con alti copricapi e alti sandali di legno. Era in viaggio da più di un mese ormai, e la stanchezza bussava forte al suo cuore. Roma era la sua meta, il grande giubileo il suo obiettivo. Sì, quell’anno di grazia 1450 avrebbe segnato un momento indimenticabile nella vita di molti. In quella di Philippe sicuramente. Non aveva ancora trent’anni, di professione pittore. A Bruges prima, a Reims poi, aveva imparato tutto ciò che c’era da imparare: l’eleganza delle forme, lo splendore della luce, la ricchezza dei colori. Ma in Italia, gli avevano detto, c’erano degli artisti che dipingevano in una maniera tutta nuova, straordinaria, originalissima. Uomini che avevano fatto rinascere l’arte stessa della pittura. E lui, Philippe Du Bois, era partito per conoscere, curioso, ambizioso, testardo. L’Anno Santo, proclamato da papa Nicolò V, gli aveva offerto l’occasione attesa. Un viaggio che si era trasformato in pellegrinaggio. Qualcosa di più, qualcosa di meglio. La strada era quella già percorsa da migliaia e migliaia di uomini e donne prima di lui: la Francigena, la via che dalle sponde della Manica arrivava fino alla tomba di Pietro, e che per questo prendeva anche il nome di Romea. Un cammino lungo, impegnativo, non privo di rischi e pericoli. Bisognava avere forza, bisognava avere fede. Philippe le possedeva entrambe. Di foresterie e di luoghi di ristoro per i pellegrini ne aveva visti tanti in quei giorni, ma questo della Cerreta, nella campagna pavese nei pressi di Belgioioso, a poche leghe dal punto in cui si poteva traghettare il Po, questo aveva davvero un fascino particolare, una suggestione che gli colpiva i sensi, e che l’aveva costretto a fermarsi più a lungo, a contemplare, ad ammirare. Non era una scusa per dare maggior riposo alle sue membra. Almeno, non era soltanto quella. Era che non se l’aspettava, dopo tutto, di trovare un tempio così bello, così interessante, proprio qui, tra boschi e campi, a perdita d’occhio. Gli era apparso all’improvviso, là dove la strada polverosa piegava un poco, dopo un ponticello, dietro un casolare. La luce calda del tramonto accendeva i rossi mattoni della facciata e dei pinnacoli, quasi fosse una grande falò attorno a cui scaldarsi. Qualche pellegrino si era già sistemato per la notte, un frate pregava in ginocchio, accompagnato dal mormorio di alcune donne e dal grugnire scontroso di maiali razzolanti. Philippe aprì piano la porta della chiesa, subito investito da un odore intenso di cera, sudore e fiori recisi. Fiammelle ardevano un po’ ovunque, verso l’altare maggiore, ma soprattutto a ridosso delle pareti, per terra o su semplici trespoli di legno. Gli ci volle qualche istante per orientarsi in quella penombra, resa ancora più cupa dall’imbrunire. Lo spazio era ampio, ma non grandissimo. Un’unica aula rettangolare, senza cappelle, dall’alto soffitto ligneo. E, dappertutto, immagini dipinte. Piccole, grandi, singole, a coppie, in gruppo, semplici, ricercate, goffe, eleganti… Una folla di uomini e donne aureolati, che aleggiavano sui muri del sacro edificio vibrando al chiarore incerto dei lumi. Gli parve, in quell’ultimo sospiro di sole, che tutte quelle figure guardassero lui, e lo interogassero, e gli chiedessero. Le Madonne, soprattutto, esili vergini, vigorose matrone. Madri col Bambino in grembo, che benediva, che succhiava al seno, che si lasciava cullare, già nel presentimento della futura Passione. Molte ne aveva viste in quel viaggio, e davanti a molte ancora si sarebbe inchinato per invocare protezione sul suo cammino, per chiedere grazie per quanti amava. E poi, ricorrente, insistente, il profilo di un santo austero, i piedi nudi, la barba fluente, un lungo bastone nella destra, un libro nella sinistra. Sì, era lui, il patrono dei pellegrini, l’apostolo dei nomadi della fede: san Giacomo. San Giacomo le cui spoglie mortali erano giunte prodigiosamente fino ai confini dell’Europa, in Galizia, in faccia all’oceano. San Giacomo che aveva detto che la via della perfezione passa dalla prova e dalla fatica. San Giacomo che si era raccomandato di esercitare la carità verso il prossimo nei fatti, e non solo con tante belle parole… Il mattino seguente, all’alba, un anziano sacerdote del posto gli confermò quel che già aveva intuito: quella chiesa era dedicata proprio a san Giacomo. Ed era di fondazione antica, antichissima, forse ancora precedente a papa Silvestro, successore di Pietro nel passaggio tra il primo e il terzo millennio. Ma ora, quello che Philippe poteva ammirare era un tempio tutto nuovo, ampliato da poco, abbellito con le donazioni dei signori di Milano e, soprattutto, grazie alla generosità dei tanti pellegrini che di qui erano passati, trovando conforto. No, il giovane Philippe non avrebbe dimenticato la timida suggestione di San Giacomo alla Cerreta, nemmeno di fronte alle straordinarie meraviglie della Città Eterna, nemmeno dinnanzi ai capolavori immortali della romanità. E riprendendo il suo cammino verso il gran fiume da attraversare, sapeva bene che la Cerreta sarebbe stata ancora sulla sua strada, fra qualche settimana appena, al ritorno. Allora, chissà, magari anche a lui, pittore d’oltralpe, sarebbe stato concesso di tracciare un’immagine dell’apostolo Giacomo sulle pareti di quella chiesuola. Per grazia ricevuta, a futura memoria. n

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