Redazione

di Luca Frigerio

Accade a volte di sentire il bisogno di dare ossigeno ai pensieri, più che ai polmoni. Un desiderio di quiete interiore, una necessità di bellezza. Qualcosa che ci aiuti a riflettere, che ci inviti a ricordare. E magari a pregare, con franchezza, con serenità. Si cercano allora luoghi che valgono, tentando di scoprirne di nuovi, o tornando a quelli più amati. Ognuno ha i suoi, oasi o rifugi, da difendere o da condividere. Agliate, ad esempio, è nel cuore di molti. Forse lo sarà anche del vostro, se gli concederete una visita. Sono semplici pietre ad attirarci in questa porzione di terra brianzola. Quelle di una chiesa antica, dedicata agli apostoli Pietro e Paolo, e del suo battistero accanto. Superfici rugose, ciottoli informi, scarne decorazioni. Ma forse è proprio di essenzialità che proviamo nostalgia. Della rustica, confortante armonia dell’architettura romanica, dove ogni cosa testimonia del duro lavoro dell’uomo, e rimanda al mistero delle cose divine. Proprio come accade ad Agliate. Il Lambro scorre qui dignitoso, ignaro forse dei tormenti che l’attenderanno più oltre, verso Milano e i suoi reflussi maleodoranti. Attorno le colline si increspano appena, muovendo l’aria e il paesaggio. Mentre appartato, più che isolato, il complesso basilicale pare lasciarsi cullare da una verde distesa erbosa. Gli si giri attorno, lo si contempli da una certa distanza, permettendo allo sguardo di abbracciare in un tempo il fianco solenne della basilica, l’aula battesimale, lo snello campanile. Poi, facendo eccezione agli approcci consueti, si potrà dare precedenza alla parte posteriore del tempio, rimandando a un secondo momento facciata e sagrato. E non per una strana bizzarria, ma perché proprio qui, crediamo, si rivela il volto forse più autentico del monumento di Agliate, sicuramente quello più suggestivo. Tre absidi: la maggiore al centro, pressoché doppia per dimensioni rispetto alle altre. Tutte “quadrate”, verrebbe da osservare, considerando come l’altezza di ciascuna non sia molto diversa dalla base. Lo slancio è minimo, dunque. E tuttavia non c’è pesantezza in questa struttura, ma piuttosto un senso di solidità, un’impressione di sicurezza, amplificata nella strombatura evidente delle finestre, sottolineata dallo spessore notevole delle mura. Absidi, come del resto la chiesa intera, fatte di conci e di grossi sassi di fiume, uniti con malta abbondante. Materiali poveri, eppure disposti con fare sapiente, senza soggezioni provinciali, senza incertezze costruttive. Né potevano averne, del resto, le maestranze che poco dopo il Mille rivestirono questo sacro edificio di un ritmo costante e sicuro, scandito da piatte lesene ben distanziate, vivacizzato in alto da piccole aperture, i fornici, elementi strutturali qui reinventati come ornamento decorativo.

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