Redazione

Accadde un giorno – ma qui la cronaca lascia spazio alla tradizione – che una pastorella sorda e muta, riparatosi in quest’antro con il suo piccolo gregge, trovò tra le rocce una statuetta raffigurante la Vergine Addolorata, forse lì dimenticata da qualche devoto, o volutamente lasciata a vegliare in quella grotta. Fatto sta che la ragazzina, al colmo della gioia e dell’eccitazione, corse in paese per gridare a tutti della sua inaspettata scoperta… Già, a “gridare”: perché miracolosamente la sua lingua si era sciolta, le sue orecchie si erano aperte. E tutto ciò avveniva, dice la voce popolare, nei primi anni del Quattrocento. Da allora quell’antico, prezioso simulacro mariano non ha più abbandonato la grotta della Cornabusa. A lei, alla Madre dolente che culla in grembo il corpo del Figlio morto in croce, si sono levati gli sguardi imploranti di tante generazioni, le mani giunte in preghiera di uomini e donne, con una grazia da chiedere, con un ringraziamento da offrire. Perché la Valle Imagna fu ed è terra amata, ma non generosa, non ricca. I suoi figli hanno dovuto conquistarsi giorno dopo giorno il diritto di viverci, tenacemente, duramente. Molti hanno dovuto emigrare nei decenni passati: lasciare tutto, amici, affetti, montagne, per cercar fortuna, o soltanto per riuscire a sopravvivere, fuori della valle. Ma la Madonna della Cornabusa è sempre restata con loro, nei loro occhi, nel loro cuore. Una casa per chi non ha casa, o per chi ha dovuto abbandonare la sua. Qua e là, nella grotta, un ciuffo verde spunta caparbio tra le rocce. Piccole, tenere foglie che fanno fatica a crescere e svilupparsi, anelando alla luce, chiedendo vita. E sembrano il riflesso della nostra fragile fede, talvolta in balia di eventi più grandi delle nostre forze, spesso insicura, ma sempre desiderosa di nuova linfa. Forse li avrà notati anche papa Roncalli, questi germogli che sembrano far corona tra le pietre all’immagine della Vergine. Perché Giovanni XXIII era pellegrino assiduo alla Madonna della Cornabusa. Vi si ritirava per giorni, in solitudine, in preghiera. «È il santuario più bello che esiste», diceva con un sorriso sulle labbra. «Perché non l’ha fatto la mano dell’uomo, ma Dio stesso»

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