Redazione

Santa Maria sopra Olcio, dunque, era un punto di riferimento tra la Grigna e il Lario, modesta per dimensioni, eccezionale per importanza. Una piccola chiesa, alcuni raccolti edifici, un chiostro: un ospizio religioso di montagna, insomma, nato probabilmente nell’alto medioevo, attivo certamente già prima del Mille. Gestito, all’inizio, dai monaci di san Benedetto, che anche qui potevano dare piena applicazione alla loro regola, Ora et labora. Il viandante vi trovava riparo per la notte, il pellegrino vi riceveva il conforto di una pia parola. Per tutti un panorama incantevole, che si sarebbe portato nel cuore fino a casa: da una parte le cime innevate, dall’altra la distesa del lago. Ai benedettini seguirono forse i templari, i celebri monaci guerrieri che avevano votato la vita alla riconquista della Terrasanta e alla difesa dei pellegrini. È voce popolare a dirlo, ma, come spesso accade in simili circostanze, non vi è alcun documento a provarlo. Ma basta il nome per creare suggestione, per aggiungere il mistero della storia al fascino della natura. E ci si ritrova allora a fantasticare di bianchi mantelli crociati all’ombra della Grigna, a presidio di questo baluardo della fede e della pietà, nostalgici d’Oriente… Ma forse è davvero troppo, e bisognerebbe accontentarsi. Nel Cinquecento, e negli anni a venire, non cessò la devozione popolare, ma venne meno la presenza stabile nel santuario alpestre. L’apertura di nuove vie di comunicazione, più rapide, meno impervie, lasciarono più isolato che mai il vetusto ospizio, meta sì dei devoti pellegrinaggi della gente lariana, ma dalla cadenza periodica, stagionale, legata per lo più alle grandi celebrazioni mariane. Si trovò tuttavia l’occasione di dotarla di begli ornamenti e di un dipinto pregevole sull’altare, una soave Madonna col Bambino vegliata dai martiri Lorenzo e Giuliano, santi particolarmente venerati nel mandellasco. Per tutto ciò ci è cara la figura vaga e dispersa di Alessandro Carnizzari, che nel secolo dei Lumi tornò ad abitare il santuario, facendosi eremita, da ricco che era. Per fede profonda, per amore – ne siamo certi – delle sue montagne. Da qui il suo sguardo si posava sul Sasso Cavallo, accarezzava il pizzo Carbonai, s’arrampicava lungo i torrioni Magnaghi, la cresta Parascioli, la punta Malavello, e poi ancor più su, aggrappandosi alla cima aguzza della Grigna settentrionale… Una meraviglia che incanta i cuori e libera la mente. Allora come oggi ancora, per nostra fortuna.

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