L’Arcivescovo ha presieduto, in Duomo, la solenne Veglia Pasquale, durante la quale hanno ricevuto i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana 14 Catecumeni di diverse nazionalità. «Una parola rivolta a noi per ritrovare la gratitudine di essere cristiani»

di Annamaria BRACCINI

Veglia di Risurrezione

La Risurrezione, «parola impronunciabile e intollerabile», concetto circondato «da scetticismo e ostilità», realtà che pare, a molti, quasi una «provocazione».
È la Veglia nella Pasqua di Risurrezione del Signore, madre di tutte le Sante veglie, come la definì sant’Agostino, che nel suo rito antichissimo, si apre, in Duomo, con la liturgia della luce e il cero pasquale acceso dall’Arcivescovo che presiede la Celebrazione. Lo splendido Preconio ambrosiano risalente al V-VI secolo, è cantato in latino dal diacono, quale sintesi poetica e altissima dell’intera storia della salvezza. E, ancora, si ascolta nel silenzio la straordinaria abbondanza della Parola di Dio, attraverso le sei letture tratte dai Libri della Genesi, dell’Esodo e del profeta Isaia, prefigurazione dell’incarnazione e del sacrificio di salvezza di Cristo.
E, finalmente, il triplice annuncio della Risurrezione “Christus Dominus resurrexit”, peculiare anch’esso del nostro Rito, in tutto simile al “Cristòs Anesti” della liturgia bizantina nella Pasqua ortodossa, viene proclamato, con voce crescente, dall’Arcivescovo ai tre lati dell’altare maggiore della Cattedrale. Le campane che si sciolgono, il canto dell’Alleluia, raccontano la gioia di questo momento in cui la Chiesa ritrova il suo Signore.
Con la Parola di Dio si entra, così, nel nuovo Testamento con le tre ultime letture, concluse dal Vangelo di Matteo che, seguendo il suo racconto cronologico, ricomincia da dove si era interrotto la mattina di Sabato santo. E, in modo simile, anche l’omelia del vescovo Mario prosegue, addentrandosi in un’altra di quelle «parole che anche oggi risultano intollerabili», da lui pronunciate nelle omelie del Triduo pasquale.

L’omelia dell’Arcivescovo

«È la parola potente come un terremoto e discreta come la visita di un angelo, è la parola sconvolgente come l’origine dell’universo e, insieme, riservata come una confidenza. È: “Gesù, il crocifisso è risorto”. È risorto e vive di una vita che è la vita vera che non è la ripetizione di una vita precaria e tribolata come quella di chi si è consegnato agli uomini».
Dunque, la morte non può essere considerata la nemica invincibile che tiene tutti schiavi con la paura che sa suscitare, perché la vita di Dio, che ha sconfitto la morte, vince».
Eppure, la Risurrezione – «prima festa cristiana, principio di tutte le feste, fondamento di una speranza che alimenta non un desiderio piccolo, ma che dilata il desiderio, la preghiera, l’aspettativa alla gioia perfetta, alla felicità invincibile, alla gioia eterna di Dio» -, rimane una parola «da ubriachi» e quasi «una provocazione», ad esempio, per la scienza «con i suoi confini incontrovertibili».
«Hanno definito i confini del pensare e del sapere dentro quanto possono misurare e replicare in laboratorio perciò quello che è fuori da quel laboratorio non può essere preso sul serio. E se nella realtà fosse vero che Gesù morto è stato risuscitato, allora tanto peggio per la realtà: non può capitare quindi non è avvenuto. Così il pensiero di molti contemporanei trova intollerabile l’annuncio della Risurrezione». Lo considerano tale «coloro che sono tanto impegnati per migliorare il mondo che l’idea che esiste un altro mondo suona per loro come un invito a cercare alienazioni consolatorie e pretesti per il disimpegno nella storia. La promessa di una vita dopo la morte è intollerabile perché induce gli oppressi ad accettare l’oppressione, confidando in un risarcimento e in una rivincita postumi. Perciò chi crede e annuncia la Risurrezione deve essere un controrivoluzionario e deve essere perseguitato come un nemico del popolo».
Ed è intollerabile anche «per chi è così preso dai suoi affari, così appassionato all’opera delle sue mani, così interessato a risorse da mettere a frutto e da scoperte promettenti per il progresso, da essere disturbato che si debba pensare a morire».
Insomma, non interessa la vita eterna, perché la vita che interessa è questa.
Eppure, circondati «da scetticismo e ostilità», i cristiani «desiderano esultare per l’annuncio della Risurrezione di Gesù, la glorificazione dell’amore crocifisso che rivela l’intenzione del Padre di salvare i suoi figli con il dono dello Spirito, principio di vita nuova che la morte non può inghiottire».
La gratitudine dell’Arcivescovo va ai 14 Catecumeni di diverse nazionalità – in totale in tutta la Diocesi, quest’anno, sono 115 – che dopo poco ricevono, per le sue mani, i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana.
«I Catecumeni, che chiedono il battesimo, e coloro che professano la fede in Gesù risorto, attestano che la tribolazione e i drammi della vita invocano una speranza più resistente alle vicende della storia di quanto possa essere qualche rassicurazione palliativa. I Catecumeni sono una presenza cara che accogliamo con affetto nella nostra Chiesa diocesana, porzione della Chiesa cattolica di molte genti che vengono da ogni parte della terra. Sono una parola che è rivolta a noi per aiutarci a ritrovare la freschezza, la fierezza, la gratitudine per la grazia di essere cristiani», con il desiderio «di condividere la nostra fede anche con coloro che rimangono imprigionati in una scienza troppo meschina, o in un’ideologia troppo dogmatica, o in un’occupazione tropo frenetica. Cristo Gesù è risorto: in Lui noi speriamo, per il dono del suo Spirito noi viviamo».

Poi, l’intensa liturgia battesimale presso il fonte borromaico all’ingresso del Duomo, la benedizione dell’acqua, la consegna, ai neobattezzati – il più “anziano” nato in Cina nel 1954, il più giovane, milanese di origine peruviana, classe 2004 -, della veste bianca e del cero acceso. Così rivestiti dei segni della vita nuova in Cristo, il loro ritorno all’altare maggiore della Cattedrale mentre il Vescovo benedice l’assemblea con l’acqua benedetta, che al termine, viene consegnata in alcune ampolle ai parroci del Centro storico di Milano; il Sacramento della Confermazione, le Litanie dei Santi e la Liturgia eucaristica.

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