Nella V domenica dell’Avvento ambrosiano sono stati invitati collaboratori familiari, assistenti domestiche, colf e badanti. A tutti il “grazie” dell’arcivescovo Delpini. «Penso che sia un segno dovuto ringraziarvi a nome della città di Milano per quello che fate e che siete»

di Annamaria Braccini

delpini avvento 2017 (F)

Perché invitare in Duomo, per la Celebrazione eucaristica di una domenica di Avvento, le badanti e le collaboratrici familiari? Perché poche persone come queste lavoratrici (il 90% sono donne) conoscono la realtà, oggi, dei nuclei familiari.In una gelida V Domenica dell’Avvento ambrosiano, mentre fuori nevica, si riflette così – calorosamente e con affetto – mentre, accanto all’arcivescovo Delpini ai piedi dell’altare maggiore, a dialogare ci sono, appunto, badanti, collaboratrici e assistenti domestiche.

Il dialogo con badanti e collaboratrici familiari

Ciò che sottolinea, in apertura, don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti è come il simbolo, d’altra parte, di come stia cambiando non solo la società, ma anche la Chiesa in terra ambrosiana. «Ci lamentiamo che i nostri bimbi non sappiano più le preghiere, ma un parroco mi ha detto che alcuni piccoli del suo oratorio conoscono l’Ave Maria in ucraino perché è stata la collaboratrice a insegnarla, non la mamma o la nonna».

Elisabetta, colf di mattina e badante di sera, filippina appartenente alla Comunità di Santo Stefano a Milano, racconta, con commozione, di aver lavorato presso due anziani coniugi di religione ebraica che le sono stati riconoscenti per il servizio prestato, ma anche per la sua preghiera di cattolica. Le fa eco Maria, da 10 anni in Italia, che di lavori ne ha tre: accudire anziani, curare una casa e fare la cameriera in un albergo. «Non basta lavorare bisogna dire cosa abbiamo dentro», spiega con semplicità disarmante.

Fiore è, invece, una collaboratrice familiare che intreccia l’attività di badante a quella di baby sitters di tre gemelli. Ed è “gli occhi” di una 92enne non vedente.

Antonia dal Salvador, trascorre i suoi giorni con un anziano allettato è che ha perso il dono della parola, ma con cui riesce a comunicare attraverso brani musicali che ha scaricato sul suo cellulare: «Così abbiamo creato un clima familiare».

Di fronte a testimonianze tanto partecipate e, a loro modo, forti, l’Arcivescovo dice il suo “grazie”, anche per una «presenza che è provvidenziale per coloro che hanno limiti di età e di salute. Penso che sia un segno dovuto ringraziarvi a nome della città di Milano per quello che fate e che siete. Per questo vi ho invitato».

La seconda parola è di «consolazione», come la definisce Delpini stesso, «perché immagino che lasciare il proprio Paese e le famiglie, le radici, le feste della vostra chiesa, sia una ferita. Il bisogno di lavoro vi ha convinto ad affrontare dei sacrifici, magari facendovi sentire stranieri in una terra che ha lingua, abitudini e un clima diverso. Ma in chiesa non dovete sentirvi mai stranieri: il Duomo è la casa di tutti i milanesi e voi lo siete. Qui, come ogni chiesa della Diocesi, è casa vostra».

Infine, una terza parola che ha il sapore di una richiesta: «Dovete aiutarci perché, al vostro interno, avete dei valori e ricchezze nel modo di pregare, di avere cura degli anziani e dei bambini, mentre talvolta la fretta, i ritmi del lavoro e della famiglia, fanno dimenticare ai milanesi di antica origine come si faccia tutto questo. Il confronto tra culture diverse e differenti modi di vivere la preghiera e la fede, può aiutare a comprendere e conservare ciò che condividiamo come figli di Dio, migliorandoci a vicenda».

Questo anche l’obiettivo del Sinodo minore intitolato “La Chiesa dalle genti”, appena indetto dall’Arcivescovo, che «ha l’intenzione, appunto, di capire come deve essere la Chiesa per accogliere tutte le lingue e le spiritualità delle genti che credono in Gesù Cristo. Il Sinodo ha bisogno anche di voi».

La Celebrazione eucaristica

Poi, la Celebrazione eucaristica, nella cui omelia tornano alcune di tali espressioni, in riferimento ai brani della Scrittura appena proclamati nella Liturgia. Come la domanda di sospetto, rivolta a Giovanni il Battista dai Giudei: «Chi sei tu?».

«Il sospetto inquadra lo sconosciuto come un estraneo da temere: lo straniero che può essere un pericolo, una minaccia, un enigma indecifrabile». Interrogativo – questo -, che «più che attendere una risposta dichiara un’estraneità; che è più l’espressione di un disagio che la ricerca di una conoscenza, non interessandosi della persona, ma piuttosto della prestazione che essa è capace di dare, del servizio che può garantire».

Chiaro il riferimento alle collaboratrici domestiche, che ascoltano attente: «Chi entra in un Paese che non è il suo, in una casa altrui, chiamato da un bisogno, impegnato con un contratto, porta dentro di sé un mondo che ha lasciato, un Paese in cui è cresciuto, e spesso soffre per la mancanza delle persone care che sono rimaste altrove e, forse, anche di un senso di colpa di aver abbandonato i propri familiari per prendersi cura di quelli degli altri».

È qui che nasce nei migranti, a volte, il dubbio doloroso di non interessare a nessuno: “A chi sto a cuore?”, insomma.

«Forse a molti non interessa della persona che lavora in casa, che sostituisce i figli nell’accudire i genitori, che si dedica giorno e notte a persone che si rendono, talvolta, insopportabili con le loro pretese e il loro stare male. Ma la convocazione per questa Celebrazione dice che la Chiesa, in nome di Dio, pone la domanda: “Chi sei?” come un invito alla fraternità e, insieme, come una promessa di fraternità. La Chiesa ti chiede di sei perché la tua storia, la tua famiglia, la tua fede e la tua devozione sono preziose. Perché la tua presenza è l’offerta di un contributo a dare alla nostra comunità il volto del futuro: perché tutti siamo preziosi agli occhi di Dio».

Trasformare la domanda di sospetto in una di fraternità: questa è la strada, suggerisce il Vescovo, in riferimento ancora al brano del Vangelo della domenica del “Precursore”.

«La missione di Giovanni continua nella responsabilità di tutti noi. In qualche modo tutti siamo inviati per essere voce di uno che grida nel deserto: “rendete diritta la via del Signore”. Voi assistenti familiari, badanti, baby sitters siete voce che invita a raddrizzare e ponete domande. Che società state costruendo? Quale posto hanno gli anziani nella terra famosa per la sua operosità e ricchezza? Come sono i legami familiari in questa terra di antica tradizione cristiana? Quale rispetto si pratica delle leggi che regolano il lavoro e i contratti con chi viene da altri Paesi? Sono giuste queste leggi?».

​Così, anche la Chiesa diventa voce perché riconosce «nel suo interno, il bisogno di riconciliazione, la chiamata alla comunione è ancora chiamata alla conversione, perché ci sono divisioni, vi è la frattura tra la parola che ascoltiamo e la vita che viviamo, perché il Natale ci trovi un popolo più unito, pur con tutte le differenze, appassionato di una fraternità cordiale e universale ».

È, alla fine, c’è ancora tempo per un ultimo saluto cordiale e per quella frase che rende, per intero, il senso dell’intera Celebrazione e del dialogo: «Che la benedizione del Signore ci raccolga in un abbraccio che rende fratelli e che giunga anche ai Paesi da cui provengono molte di voi per dire speranza, consolazione, senso di appartenenza a un’unica comunità che è quella dei figli di Dio. Benedizione che è conforto e promessa per tutti».

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