Cento anni fa nasceva il grande artista americano, convertitosi alla fede cattolica del 1959, innamorato di Venezia, affascinato da Assisi e da san Francesco, ritiratosi nell'ultima parte della sua vita nella Bassa milanese. In un legame ancora presente, di memorie e di affetti, con la terra ambrosiana.

di Luca FRIGERIO

William Congdon

«William? Si è suicidato…», dicevano in tanti fra coloro che lo conoscevano, scuotendo la testa, più delusi che rattristati. Eppure Congdon non era mai stato meglio in vita sua. Era l’estate del 1959 e il pittore americano aveva ricevuto il battesimo nella basilica di San Francesco, nella sua Assisi «scarna come un osso, che è il tutto perché è nulla». Così, quel che per William Congdon segnava la sua stessa rinascita, per gli altri, che non capivano, che non approvavano, rappresentava il suicidio sociale e culturale di uno degli artisti più promettenti e più dotati del Novecento, che aveva deciso di “seppellirsi” fra le colline umbre, rinunciando al mondo e abbracciando la fede cattolica. Sì, un vero scandalo…

Non è stata una vita semplice, quella di Congdon. Ma del resto nessuna vita lo è. Ora dolente, la sua, ora pervasa di amarezza, a tratti perfino in bilico sul crinale dell’autodistruzione. Eppure sempre entusiasta, di vedere, di conoscere, fuori e dentro di sé, alla continua ricerca di senso e nell’incessante scoperta di significato. Una vita sbilanciata, forse, dalla responsabilità di un talento straordinario e dal peso di una sensibilità acutissima: estasi e condanna di ogni vero artista. Al suo manifestarsi, la sua pittura aveva sbalordito i contemporanei. Per poi essere dimenticata, trascurata, emarginata. Colpa di chi non si lascia etichettare, condanna di chi vuol essere libero. Anche dal mercato, soprattutto dalle mode.

William Grosvenor Congdon nasceva esattamente cent’anni fa, il 15 aprile 1912. E un significativo tratto di strada, l’ultimo, intenso, vibrante, l’ha percorso proprio in terra ambrosiana. Dove ancor oggi restano amici, estimatori, memorie. Ma Bill era originario di Providence, nel Rhode Island, rampollo di un’agiata e puritana famiglia di industriali che gli aveva dato tutto, tranne la serenità d’affetti di cui aveva bisogno. Fu la guerra, paradossalmente, a liberarlo, dalle costrizioni, dalle ipocrisie. Arruolatosi nei servizi sanitari dell’esercito americano, Congdon fu tra i primi, nel maggio del 1945, ad entrare nel lager di Bergen Belsen, rimanendone segnato per sempre, nell’animo come nello sguardo. Sguardo d’orrore, di compassione e d’amore.

All’epoca William era già pittore, aveva già viaggiato, si era già fatto conoscere e apprezzare. Ma, tornato a casa, più nulla fu come prima. Un’irrequietezza continua dominava allora la sua esistenza, un’ansia di nomadismo, di ricerca muoveva le sue gambe come il suo cuore e la sua tavolozza. Il movimento di rottura dell’Action Painting gli era congeniale, ma il primo vero amore fu Venezia. Come accadde a innumerevoli artisti prima di lui, e tuttavia come nessuno oltre a lui: Peggy Guggheneim lo intuì lucidamente. Una Venezia mistica, in cui l’oro dei mosaici medievali si riverberava, per Congdon, in un nuovo, ancora inespresso desiderio di infinito.

Assisi fu il luogo delle rivelazioni. A se stesso, innanzitutto. La scoperta della spiritualità di san Francesco, l’incontro con la Pro Civitate Christiana, la decisione meditata di convertirsi al cattolicesimo. E contemporaneamente, passo dopo passo, pennellata dopo pennellata, Congdon si immergeva sempre più nel sacro, nelle sue espressioni, nelle sue figurazioni. Il Cristo in croce lo attirava, su tutto, come il Poverello in San Damiano. Crocefissi impastati di materia e di spirito, di colore e di sangue, spatolati, incisi, modellati più che dipinti. Via via rarefacendosi in una forma larvale, essenziale, in quell’ultimo respiro reso dal Salvatore sul legno del Golgota, le braccia spalancate ad abbracciare il mondo.

Poi, alla fine degli anni Settanta, un nuovo capitolo, una nuova avventura, con il trasferimento nella Bassa milanese, prossimo all’amicizia di don Giussani, in una casa-studio annessa a un monastero benedettino, conosciuto come Cascinazza. «Un luogo senza volto, senza memoria», annotò il pittore. E proprio di questa quiete anonima, di questa pace senza tempo, delle nebbie e delle brume della piatta campagna, Congdon sentiva ora di aver bisogno. Lui che con perseveranza di contadino andava riscoprendo i ritmi delle stagioni, l’odore della terra, la lentezza necessaria dello sbocciare di un fiore o del maturare di un frutto. Il suo pennello, ora, era aratro di inedite icone, grondanti di vita, invocanti il Creatore.

Gli anniversari sono occasioni per ricordare, per riscoprire. Anche rischiando la tentazione della retorica. William Congdon nel suo centenario ci invita a guardare. Ad affacciarci sull’abisso dell’eternità. Ma, come diceva lui stesso, non per vedere, ma per essere.

Le mostre e la Fondazione a Buccinasco
Due sono gli eventi internazionali che celebrano il centenario della nascita di Williamo Congdon (1912-1998). Una mostra è in corso negli Stati Uniti, presso il museo dei Knights of Columbus di New Haven, nel Cunnecticut, con il titolo The Sabbath of History, dove le opere di Congdon sono affiancate ai testi di papa Benedetto XVI. La seconda rassegna aprirà invece il prossimo 5 maggio a Venezia, a Palazzo Ca’ Giustiniani dei Vescovi, per iniziativa dell’Università Ca’ Foscari, con un percorso incentrato sugli anni veneziani del pittore americano.

Punto di riferimento è comunque la William G. Congdon Foundation che ha sede a Buccinasco (tel. 02.36577365 – www.congdonfoundation.it).

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