Testimonianze di alcune famiglie straniere in arrivo a Milano per partecipare all'Incontro mondiale delle Famiglie

Mark e Ursula Boyd con la loro famiglia

Abbiamo raccolto le testimonianze di alcune famiglie straniere in arrivo a Milano per partecipare all’Incontro mondiale delle Famiglie.

Polonia. «I figli sono la nostra gioia»

Siamo sposati da 35 anni, abitiamo a Lomianki vicino a Varsavia e abbiamo otto figli che vanno dai 15 anni ai 34 anni e che si chiamano: Teresa, Adam, Natalia, Kazik, Marysia, Janek, Dominik e Zosia. Ogni bambino lo abbiamo accolto come un dono del Signore. Loro sono la nostra vera gioia e la nostra festa. Le nostre tradizioni polacche si sono formate grazie al cristianesimo, quindi lo scopo della nostra famiglia è stato quello di dare ai nostri figli una formazione religiosa che desse a loro l’identità cattolica cristiana. A casa nostra viviamo insieme con grande intensità tutte le feste e le celebrazioni dei sacramenti che i nostri figli hanno ricevuto. Facciamo di tutto per trascorrere le feste insieme ai familiari, parenti e amici. Accogliamo e viviamo in spirito di fede tutti gli eventi famigliari gioiosi, ma anche difficili. I tempi di oggi portano molti pericoli che incattiviscono la volontà e la mente. Per tenere lontani questi pericoli abbiamo fatto in modo che i nostri figli frequentino con i loro coetanei la comunità cristiana dove si rafforzano i loro atteggiamenti religiosi, ricevono insegnanti di verità e d’amore e sono impegnati anche in tante attività, aiuto e testimonianza della fede cristiana. Ora, da adulti, i nostri figli realizzano le loro vocazioni: Adam, Kazik e Marysia hanno formato le loro famiglie, la maggiore, Teresa, è una laica consacrata, Natalia si ta preparando al sacramento del matrimonio. Grazie alle decisioni dei nostri figli sposati sono arrivate nella famiglia i loro coniugi, nuove persone di grande valore: Agata, Aniela e Ignacy. La famiglia così ampliata da molte generazioni nella gioia dei festeggiamenti si arricchisce con nuove tradizioni, nuovi modi di vivere la preghiera e nell’aiuto reciproco. Le giovani coppie portano in sé le buone esperienze dalla famiglia d’origine. Adesso nella loro vita arrivano i bambini: il più prezioso dei beni e dei doni.
Maria e Andrzej Mazanowie

Abu John, dal Sudan per parlare di disabilità

Per venire all’Incontro mondiale delle famiglie uscirà per la prima volta dal suo Paese. Lui, con la moglie e i loro sei figli. Storia eccezionale di una famiglia normale: quella di Abu John Wani Loro Omer e di Sabina, in arrivo da Juba, capitale del tormentato Sud Sudan. Abu John e la sua truppa sono stati invitati in Italia dal Movimento spiritualità familiare della “Nostra Famiglia”, una realtà diffusa in tutt’Italia (35 centri in varie regioni, in Brianza il quartier generale), che ha alle spalle una lunga tradizione di ricerca, cura e riabilitazione delle persone diversamente abili. Una realtà che opera pure in 3 Paesi stranieri: Ecuador, Brasile e, appunto, Sud Sudan. Nella capitale Juba, Usratuna (così si dice “Nostra Famiglia” in arabo) si prende cura di moltissimi handicappati, attraverso una struttura centrale, che ha resistito ai lunghi anni della guerra, e grazie ad operatori di base, che fanno arrivare la riabilitazione direttamente nelle case. È qui che Abu John e la sua famiglia hanno conosciuto Usratuna.
Lui e la sua famiglia, come detto, non sono mai usciti dal Sudan. Dopo le scuole elementari, si è trasferito a Khartoum per proseguire gli studi. Qui ha cominciato a insegnare l’arabo al Comboni College. A Khartoum, conosce Sabina, una bari come lui, del Sud Sudan: si sposano e hanno sei figli, tre maschi e tre femmine. Il primo oggi ha 23 anni, il più piccolo 7. Finalmente, nel 2009, si realizza un altro sogno: tornare a casa. Insieme a centinaia di migliaia di altri sudsudanesi, emigrati o fuggiti al Nord durante la guerra, anch’egli ha deciso di tornare al Sud, con la speranza di costruire un futuro migliore.
Durante il Congresso internazionale della famiglia, il 31 maggio Abu John sarà chiamato a raccontare il lavoro che Ovci svolge nell’ambito della riabilitazione di persone diversamente abili. Interverrà sul tema “Famiglia, lavoro e mondo della disabilità”, insieme con mons. Franco Giulio Brambilla e altri testimoni. «La principale causa della disabilità nel mio Paese – dice Abu John – sono le mine antiuomo, lasciate dalla guerra e una povertà generalizzata. Purtroppo, gran parte della nostra gente continua a considerare la disabilità come una vergogna, tende a nascondere i familiari con handicap in un angolo della casa e spesso lascia i bambini abbandonati a loro stessi».
Per questo, il lavoro di Usratuna è molto importante: non solo dal punto di vista sanitario, ma anche perché cerca di favorire un cambiamento di mentalità e di promuovere la dignità della persona.
Gerolamo Fazzini

Australia. «La sfida del nostro tempo»

La nostra famiglia vive in una città costiera di una diocesi australiana rurale. Con sette figli, la creazione della nostra famiglia ha richiesto parecchio lavoro. Recenti avvenimenti hanno imposto a Mark di accettare un lavoro che gli richiederà di stare lontano da casa per alcuni giorni. Questa è sicuramente una sfida non solo per Ursula, ma anche per i nostri bambini. Cerchiamo di passare loro l’idea che il lavoro esterno ha la finalità di sostenere la famiglia, ma che tutte le decisioni legate alla carriera devono tenere conto dell’attenzione verso gli altri. Questo nasce e cresce attraverso la scuola di vita familiare. Prima di tutto serve del tempo per stare insieme. Paradossalmente nell’era degli elettrodomestici e dei dispositivi elettronici che ci facilitano la vita, siamo ricchi materialmente, ma «poveri di tempo». Le maggiori sfide che dobbiamo affrontare provengono dalle cose buone delle nostre vite, come il lavoro, che tendono a soverchiarci. Questa sensazione si sente maggiormente durante i fine settimana che dovrebbero essere momenti preziosi da dedicare agli altri. Invece la maggior parte del tempo si trascorre accompagnando i bambini alle loro attività sportive. E spesso con i genitori che lavorano fuori casa e i negozi aperti anche la domenica, lo shopping del fine settimana diventa norma. Anche la tecnologia moderna e i social network stanno lanciando una grossa sfida alle relazioni familiari.
Mark e Ursula Boyd

Messico. «Dio è presente nella vita»

Siamo Lucrezia e Emilio Planas, viviamo a Città del Messico con i nostri 9 figli. Nella nostra famiglia Dio è il centro. Facciamo tutto per Lui e da Lui. Le nostre conversazioni familiari ruotano attorno a Dio in modo naturale, siamo coscienti di tutto quello che abbiamo ricevuto da Lui e che a Lui dobbiamo rispondere con le nostre azioni. In famiglia preghiamo tutti i giorni, la mattina, prima di ogni pasto e la sera recitiamo il rosario prima di andare a dormire. La domenica andiamo a messa e per tutti noi i sacramenti sono feste molto importanti. Ogni battesimo, ogni prima comunione, sono un’opportunità per rinnovare e ravvivare la vita familiare. Dio è sempre presente nelle cose, sia grandi sia piccole, della nostra vita quotidiana. Tutti i giorni consumiamo pranzi e cene in famiglia. Sono momenti piacevoli di convivenza. Ci piacciono i viaggi in famiglia, che facciamo una settimana all’anno, al mare o in qualche stato del nostro Paese. A volte sono viaggi culturali, per musei e chiese, altre volte sono viaggi più ecologici, per fiumi e monti. Ci piacciono tutti in ugual modo. Ci piacciono molto anche i giochi da tavola la sera del sabato; i bei film al cinema; ogni tanto il bowling e andare il fine settimana in un centro sportivo dove nuotiamo e passeggiamo per i giardini. Ogni anno durante la Settimana santa andiamo a fare missioni. È un’attività che a tutti noi piace e ci arricchisce sul piano dell’amicizia (andiamo con altre famiglie) e sul piano spirituale. Ci piace molto la preparazione al Natale: facciamo il Presepe, addobbiamo l’albero, accendiamo le candele della corona dell’Avvento, le lucerne e la cena familiare.
Lucrezia e Emilio Planas

Dal Bangladesh con l’orgoglio di essere minoranza

Prova Lucy Rozario e Joseph Sarker sono una delle due coppie che rappresenteranno il Bangladesh all’Incontro mondiale delle famiglie. Vengono da Dhaka: lei ha 46 anni, il marito due di più. Si sono sposati nel 1997 e hanno un figlio adolescente.
A presentarceli è padre Paolo Ballan, missionario del Pime, parroco di Mirpur, quartiere dell’immensa capitale: «Entrambi i coniugi sono impegnati in parrocchia. Il marito è stato membro del Consiglio pastorale fino al 2007, dopo di che ha ceduto il posto alla moglie, la quale è anche presidente della locale San Vincenzo e membro del Comitato di gestione della scuola parrocchiale Santa Teresa di Gesù Bambino e impegnata nella preparazione delle coppie al matrimonio. La famiglia Sarker, insomma, è sempre disponibile e collabora alle varie attività pastorali».
La presenza cattolica in Dhaka si articola in 5 parrocchie più 4 “sotto-centri” parrocchiali a servizio di circa 35 mila fedeli (la città conta 15 milioni di abitanti). Altrettanto numerosi sono i cristiani appartenenti ad altre denominazioni; la principale delle quali è la Church of Bangladesh (anglicana). Rispetto al confinante Pakistan, dove l’ostilità anti-cristiana è marcata, in Bangladesh non è il rapporto con i musulmani il problema principale: l’islam qui è generalmente tollerante, con influssi sufi. Semmai un serio ostacolo è costituito dalla dispersione dei fedeli, specie in una metropoli come Dhaka. «Nel caso della capitale, poi, i cristiani sono immigrati da varie parti del Paese, con tradizioni e formazione religiosa diverse – spiega padre Ballan -. La compresenza di queste diversità è, al contempo, una difficoltà e una risorsa».
La percezione dell’essere minoranza rappresenta a volte, per i cristiani, un motivo di frustrazione (ad esempio per l’impossibilità di accedere alla carriera di funzionari pubblici e militari), ma al contempo è motivo di orgoglio e di aggregazione. Il prestigio delle scuole cristiane, delle cooperative di credito e delle Ong di ispirazione cristiana rappresentano poi altrettante ragioni di positivo riconoscimento da parte della comunità musulmana.
Resta il fatto che quella della capitale è una Chiesa “giovane” (150 anni di storia) e questa la rende debole di fronte alle sfide della modernità che avanza, in particolar modo nel contesto urbano. Fragilità delle famiglie, debolezza della vita spirituale e ricerca del successo nel lavoro sono altrettante sfide con le quali Prova Lucy e Joseph si misurano quotidianamente, cercando di portare il Vangelo nel loro ambiente di vita quotidiana.
Gerolamo Fazzini

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