Nelle parole degli organizzatori e dei partecipanti emerge unanime la soddisfazione per i riscontri ottenuti durante il pellegrinaggio Ismi in Libano

di Annamaria BRACCINI

«Il viaggio in Libano è andato molto bene. Abbiamo, di fatto, avuto degli ottimi incontri che hanno corrisposto al desiderio e alla progettazione del pellegrinaggio stesso. I preti hanno seguito con attenzione e partecipazione i vari momenti del viaggio, vivendo, durante queste giornate, una vita fraterna e, quindi, anche scambi proficui. Questi mi paiono due elementi importanti della proposta: che vi sia una fraternità e che si realizzi l’incontro con la realtà e con la Chiesa». Don Ivano Tagliabue, membro dell’Équipe della Formazione permanente del clero, condivide il giudizio unanime di soddisfazione per il pellegrinaggio conclusosi da pochi giorni e che ha portato in Libano 130 sacerdoti dell’Ismi. Se dovesse indicare altri elementi qualificanti? «Il primo è che si sono resi conto dell’importanza dei cristiani di lingua araba per il Medio Oriente anche nel contesto del confronto tra le religioni. L’aver incontrato la Chiesa maronita, come pure alcune associazioni che stanno lavorando per il dialogo tra cristiani e musulmani o tra le varie fedi, ha aiutato ad aprire gli occhi, facendoci uscire da alcune riletture un poco “nostre”, occidentali, magari scontate».

Don Fabio Molon – classe 1986, prete dal 2011, vicario parrocchiale nella Comunità pastorale San Francesco di Melzo – è tra coloro che hanno preso parte al viaggio e aggiunge: «Nell’incontro, in modo particolare con l’associazione Adjan, che si occupa di educazione, sono rimasto molto colpito dal fatto che il dialogo, in quella terra, nasca proprio da un senso di sano orgoglio, dalla fierezza di appartenere a una radice forte, salda, religiosa. La percezione è stata quella che il radicarsi, in senso positivo, nella propria fede, nella propria religiosità sia un motivo, un incentivo al dialogo e anche alla convivenza».

Don Andrea Zolli, ordinato nel 2008, vicario parrocchiale nella Comunità pastorale Santo Stefano a Lentate sul Seveso, spiega: «Mi è rimasto impresso aver riconosciuto nel Libano uno Stato atipico del Medio Oriente, dove vi sono particolari percentuali di compresenza religiosa e, soprattutto, mi ha colpito la soluzione che le fedi hanno trovato dal punto di vista dello Stato e della convivenza civile». Insomma, veramente uno «Stato laboratorio»? «Sì – conferma -. Questa definizione mi ha aiutato a capire. Mi ha convinto anche il coraggio di certe scelte, come l’esposizione personale di molti. Nel panorama grande e complesso del Medio Oriente, questa strada, del giocarsi in prima persona, mi sembra molto bella e per nulla scontata in luoghi come il Libano dove si corrono rischi. È stato, infine, bello condividere tra sacerdoti, che magari non si conoscevano tutti tra loro, i vari modi con cui noi stessi preti abbiamo vissuto e ragionato su contenuti così importanti».

 

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