Il cardinale Angelo Scola, incontrando i presbiteri, i religiosi e i laici della VI Zona, si è chiesto «qual è il movente che ci ha spinti a ritrovarci qui stasera se non la fede in Gesù e la possibilità concreta di viverla nelle nostre comunità? Ponendoci domande sostanziali, quali “chi è Cristo per me? cosa c’entra Cristo con la mia persona?”»

di Claudio MAZZA

Scola_visita a San Donato

Quello di ieri, giovedì 20 ottobre, era il quarto appuntamento del Cardinale Angelo Scola con le realtà ecclesiali delle Zone pastorali. All’incontro sono convenuti i sacerdoti, le religiose e i laici della Sesta Zona, la più disarticolata dal punto di vista geografico dell’intera diocesi. Una lunga mezzaluna che abbraccia la metropoli da Nord-est (Trezzo) a Sud-ovest (Abbiategrasso), passando per Treviglio, Melzo, Peschiera, Melegnano, San Donato, Rozzano e Cesano Boscone: nove decanati (di cui due di rito romano) con 141 parrocchie, molte delle quali raggruppate in Unità e Comunità pastorali. Un territorio popoloso (quasi 700 mila abitanti) e complesso che va  dall’Adda al Ticino ed è solcato dai tre navigli milanesi (Martesana, Grande e Pavese). Qui convivono industrie manifatturiere, agricoltura, risaie e terziario avanzato, accanto a borghi medievali, roccaforti viscontee e ville rinascimentali, ma anche santuari e antiche abbazie accanto a città-satelliti e centri commerciali della Grande Milano. A questa zona (per buona parte nota ai milanesi come la “Bassa”) ben s’addice il motto benedettino  “hora et labora”, icona anche di un modo virtuoso del vivere ambrosiano.

Luogo dell’incontro è la grande chiesa dedicata al Crocifisso accanto all’antica prepositurale di San Donato Milanese, sulla linea mediana dell’ideale mezzaluna, a due passi da Milano. La Messa delle 18, presieduta dall’Arcivescovo, conclude una giornata intensa di dialogo tra il vescovo e i suoi sacerdoti («Un’assemblea ecclesiale che per me è stata di grande edificazione»), e prelude il proseguimento della “koinonia” nell’incontro serale che si è svolto nell’attigua struttura polifunzionale dove il Cardinale Scola si è intrattenuto a colloquio con la gente.

Il saluto del vicario episcopale

Alla messa con l’Arcivescovo concelebravano il Vicario generale, mons. Carlo M. Redaelli, il  Moderator curiae, mons. Gianni Zappa,  e un gruppo di sacerdoti con il Vicario episcopale di Zona, mons. Mario Delpini, che nel saluto introduttivo ha ricordato che il motivo «per cui siamo qui riuniti è perché abbiamo una parola da dire a questa città: il Regno di Dio è vicino». Anticipando la lettura del libro dell’Apocalisse («Conosco le tue opere; ti si crede vivo e sei morto: sii vigilante, rinvigorisci ciò che rimane…») ha poi ribadito l’importanza della parola che «non viene «affidata al vento», ma che si fa «segno concreto di una Chiesa che si raduna nel nome di Dio, con il desiderio di costruire in questa città una vita segnata dalla carità, che poi diventa segno di speranza». Mentre il canto d’ingresso dava inizio alla celebrazione, le sei ampie vetrate accanto all’altare parevano riflettere all’esterno, nella penombra dell’imbrunire, l’invito del Vicario episcopale a «costruire insieme in questa città il segno della speranza gioiosa di chi confida nella misericordia di Dio».

L’omelia dell’Arcivescovo

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, all’ombra delle tue ali nascondimi» con questo versetto tratto dal Salmo inizia l’omelia del Cardinale Scola, che si chiede come si posssa restare indifferenti a «questo atteggiamento di custodia quando ogni giorno ci è donato di vivere all’ombra delle ali di un Dio che sorregge ciascuno di noi e il nostro cammino fragile e peccatore». L’Arcivescovo affida a questa “custodia” tutti i convenuti ringraziandoli per l’accoglienza festosa e orante.

Poi, riprendendo il concetto già espresso da mons. Delpini con la citazione dell’Apocalisse, fa suo il monito alla Chiesa di Sardi per domandarsi se «questo giudizio [ti credi vivo e sei morto] può essere riferito a tutte le nostre parrocchie». La risposta sta nell’invito a «essere vigilanti e rinvigorire l’esperienza di fede»; ma per far questo occorre ricordare «come abbiamo ricevuto e ascoltato la parola» e che dobbiamo «custodirla convertendoci». Parola che si è incarnata dentro la nostra vita «mediante l’eucaristia che noi stiamo celebrando; è questo il modo che Cristo ha scelto per mantenersi contemporaneo a noi e quindi capace di convertire la nostra persona risollevandola da ogni caduta; ciò avviene specialmente nella celebrazione eucaristica che ci invita a vivere la nostra esperienza cristiana come come dono di sè, perché la vita o è dono totale di sé oppure perde di entusiasmo, di dignità; e quindi si spegne, le relazioni si infragiliscono e il vivere non è più sorgente di gioia».

Ecco perché «la liturgia ci invita a rinvigorire vigilanti la fede». Come? La risposta si trova nel vangelo di Luca: «Il Signore designò altri 72 discepoli e li mandò a due a due davanti a sè in ogni città e luogo dove stava per recarsi: in questo modo anche noi siamo precursori di colui che è diventato il cuore del mondo e che dà una direzione alla nostra vita, un senso al nostro quotidiano». Avverte però l’arcivescovo: «prima li manda poi dice loro che la messe è molta ma gli operai sono pochi, per cui occorre pregare il Padrone della messe perché sia Lui a mandarli; questo sta a dire che la radice della missione sta in un altro, nel Padrone della messe». A noi competono «le modalità della missione che vengono assegnate dai diversi doni, carismi e ministeri che sono presenti tra noi per portare nelle parrocchie il tutto della chiesa universale».

La conclusione dell’omelia rimanda all’inizio, alla “custodia” e al monito dell’Apocalisse: «Noi sappiamo da dove veniamo e dove andiamo; veniamo da un Padre e al Padre torniamo: camminiamo dunque insieme, fiduciosi e decisi, perché vogliamo vivere e non sopravvivere».

L’incontro serale con la gente

L’incontro con l’Arcivescovo avviene, poco prima delle 21, nella struttura polifunzionale della parrocchia gremita di gente. «È forse la prima volta che vedo un’assemblea di zona così gremita, perché di solito, per la difficoltà dei collegamenti, da noi si preferiscono gli incontri decanali», dice mons. Delpini introducendo la serata. Sono tre gli iscritti a parlare: Annamaria, decanato di Melegnano, mette sul tappeto il problema delle Comunità pastorali; Margherita, decanato di Melzo, parla del ruolo del catechista testimone e dell’umiltà nel servire; Fabio, di Buccinasco, si chiede come coniugare l’esperienza della fede con l’esigenza del reale.

L’arcivescovo coglie alcuni frammenti ponendo l’accento «sulla condizione della fede e le difficoltà di incontrare interlocutori della vita buona del vangelo» e si dice preoccupato perché molti accostano la parrocchie «per i servizi che offrono più che per quello che irradiano». Anche «Gesù partiva dal bisogno, ma poi apriva alla dimensione spirituale». Lo stesso vale per il nostro modo di agire «la condivisione del bisogno non placa il cuore dell’uomo perché non spalanca al desiderio della vita eterna». Di qui la difficoltà di molti «a mettere in realazione la propria vita e i propri problemi con Cristo». Qual è il «movente che ci ha spinti a ritrovarci qui stasera?», si è poi chiesto l’arcivescovo, «se non la fede in Gesù e la possibilità concreta di viverla nelle nostre comunità e a porci domande sostanziali, quali “chi è Cristo per me? cosa c’entra Cristo con la mia persona?”».

Ad Annamaria, che gli chiedeva delle Comunità pastorali, risponde che «è sbagliato far partire il giudizio dalla mancanza di preti, questa semmai è una delle contingenze storiche, ma non la sola; ad esempio, la pastorale giovanile non trascende già oggi i confini della parrocchia? Deve prevalere la logica della comunione visibile e della sinfonia sulla divisione».

Nel secondo giro di domande, a Paola di Abbiategrasso che parlava di emergenza educativa il cardinale ha ribadito che «la Chiesa stessa per sua natura è soggetto educativo e che l’educazione è un’arte, non una tecnica, e per questo necessita della testimonianza: è l’adulto testimone la chiave di volta dell’educazione». Di qui l’invito alle comunità parrocchiali ad essere “comunità educanti”, perchè spesso «la nostra difficoltà pedagogica viene dall’illusione che esistano ricette preconfezionate». Come fare allora «per impostare relazioni buone con l’educando»? Ecco la ricetta dell’Arcivescovo: «Ai giovani dovete dire: fai con me così!».

La serata si conclude con l’invito del cardinale Scola a «spostare il baricentro della nostra vita dal fare al per chi farlo»; infatti solo così «costruiremo una comunità aperta e convincente dove Cristo diventa presenza impescindibile nella vita delle persone e della società». Ovvio, quindi, il saluto di commiato: «Buon cammino».

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