Alcune riflessioni per comprendere meglio l’intento e il significato del “Carlo Maria Martini. International award” e della serata all’Ambrosianeum

di Virginio PONTIGGIA
Già segretario del cardinale Carlo Maria Martini

martini

Annunciato dall’Arcivescovo cardinale Angelo Scola a un mese dalla morte del predecessore, il Premio “Carlo Maria Martini. International award” intende diventare stimolo e incoraggiamento allo studio delle scienze bibliche e all’approfondimento della figura e dell’episcopato di Martini.

Tre riflessioni possono forse aiutare a comprendere meglio l’iniziativa diocesana. Il Premio intende contribuire innanzitutto a promuovere uno studio scientifico. Molte pubblicazioni, infatti, sono già state lodevolmente intraprese; ma è opportuno ormai qualche passo in avanti. Viene forse a proposito quanto il Cardinale stesso diceva, ricordando il lavoro della sua prima tesi di laurea: «Pensavo che con la semplice e diligente accumulazione del materiale e con lo sforzo di darvi un ordine (…) e di cercarvi delle priorità avrei fatto anche emergere una qualche ulteriore comprensione del problema. Alla fine di tanta fatica mi accorsi che questo procedimento (…) fa masticare molta sabbia. Questo procedere per accumulazione di dati mi pare ancora oggi molto comune in tanti articoli, tesi e studi (…) con voluminoso contenuto e con poca sostanza».

La promozione di uno studio scientifico sia della Sacra Scrittura, sia della figura del Cardinale, potrà diventare un modo per camminare più nella direzione di un cibo solido che di tanta sabbia! In questa stessa direzione si muove, d’altra parte, la presentazione, che avverrà nella stessa serata del 20 febbraio, di un “Trittico” di volumi curati dal Seminario diocesano e contenenti interventi inediti e riflessioni di approfondimento dell’impegno educativo dello scomparso cardinale. In secondo luogo, il Premio potrà contribuire a contestualizzare sempre meglio la figura e l’episcopato di Martini.

Credo che una prospettiva feconda e pertinente per rileggere il suo ministero sia di coglierlo come «un vescovo educato dal suo popolo». Qualche giorno dopo la elezione di Benedetto XVI, Martini accennava – quasi profeticamente – alle sorprese che il nuovo Papa avrebbe riservato. Ne spiegava la persuasione con la convinzione che «un pastore è sempre nuovamente educato e formato dal suo popolo». E confidava che anche lui aveva provato questa esperienza nel passaggio dall’insegnamento alle responsabilità pastorali. Anche lui, infatti, ha dovuto prendere atto poco per volta di che cosa comportasse il governo di una diocesi.

Ripercorrendo la mole dei suoi interventi, sono rimasto colpito dal progressivo emergere di nuclei tematici sempre nuovi, poco coltivati nella precedente qualità di studioso, ma legati precisamente al ministero episcopale che andava esercitando. Si può rileggere tutto il suo episcopato come un progressivo lasciarsi educare dai bisogni del suo popolo. Mi piace, dunque, interpretare il Premio «Carlo Maria Martini» come uno stimolo a percorrere questa strada di approfondimento del suo ministero. In terzo luogo, mi sembrerebbe che dal Premio un aiuto verrebbe a una rilettura sintetica, che sempre meglio precisi come Martini possa annoverarsi tra i “Maestri” del nostro tempo.

Ricordo di nuovo quanto diceva nel 1987 alla comunità dei seminaristi di Liceo: «Occorrono soprattutto dei maestri di pensiero, delle persone che, avendo imparato a pensare, ci insegnino a farlo. La storia della Chiesa ha dei grandi maestri di pensiero. Io penso però che ciascuno di noi ha i suoi maestri che gli sono più congeniali, perché lo aiutano meglio a sviluppare il suo modo di pensare. Credo che voi dovreste essere educati a scoprire i vostri maestri di pensiero e a renderli familiari. Ciascuno ne ha, ciascuno vive di queste presenze: voi potete incontrarle».

Il Premio che la Diocesi di Milano presenterà pubblicamente aiuterà a rendere sempre più nitida la figura di Martini come “Maestro” e vero educatore di fede e di vita.

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