Questo libro contiene sei diversi scritti del Card. Ruini dal 1986 al 2007 presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Le pagine ben inquadrate dal sottotitolo del libro “Il ruolo della Chiesa in una società aperta” risalgono temporalmente agli anni dal 2003 al 2005. Si tratta più che di veri e propri scritti di interventi del Cardinale preparati in varie pubbliche occasioni a cui aggiungere un’intervista finale a cura del giornalista Vittorio Possenti.

Quale può e deve essere il ruolo della Chiesa e dei cattolici nelle odierne società aperte e secolarizzate sui vari temi di pubblico rilievo e in particolare nel delicato campo della bioetica?

Nel primo scritto il Cardinale presenta i dati essenziali della questione. Oggi sembra maggioritariamente diffuso il principio dominante di libertà individuale connesso a un relativismo in campo etico che  sembra escludere, secondo  il Cardinale, riferimenti di matrice religiosa ma anche di qualsiasi morale che si richiami ad oggettivi fondamenti umanistici. In concreto si ritrovano solitamente ad affrontarsi due abituali posizioni ancorché non esclusive: una apertamente relativistica e un’altra  che afferma l’esistenza di un limite nel diritto naturale.

Sembra proprio che ”da solo … l’uomo, pur non essendo capace di sbarazzarsi completamente di Dio, non [abbia] nemmeno la forza di mettersi concretamente in cammino verso di Lui”.

Come tentare di risolvere queste apparenti contraddizioni nelle quali si è spinta la modernità occidentale?

Primo punto: la concezione relativistica che si appoggia sulla libertà individuale può essere legittima purché non neghi spazio e legittimità ad altre concezioni tra cui le stesse religioni.

Infatti ad una prima considerazione immediata si rileva che non esiste solo un’etica pubblica ma anche un’etica privata la quale essa stessa è soggetta a limitazioni e divieti.

Inoltre l’etica cosiddetta pubblica rimanda necessariamente a concezioni di fondo sull’uomo e sulla realtà che non  si possono considerare neutre.

Infatti esiste un necessario legame tra organizzazione sociale  e concezione dell’uomo e quindi ogni organizzazione sociale deve accettare un vaglio su un suo rapporto con la verità.

Lo stesso Papa Benedetto XVI ci ha invitato in questo senso ad allargare gli spazi della razionalità.

Sul piano poi meramente pratico se lasciata come unico esito possibile, l’intima coerenza tra relativismo, restrizione della razionalità e riduzionismo dell’uomo a oggetto di natura può giungere al risultato paradossale di negare il concetto stesso di libertà. Accanto a queste tendenze di pensiero riduzionistiche possiamo parimenti inserire la teoria evoluzionistica allorché fuoriesce dal campo dell’osservazione naturale.

Secondo punto: la chiesa cattolica riafferma il principio della libertà religiosa nella sua accezione più ampia possibile.

Terzo: la fede cristiana fin dalle sue origini ha una valenza pubblica e può alimentare la vita sociale “in un’ottica non confessionale ma pienamente rispettosa della libertà religiosa e della distinzione tra Chiesa e stato, in una visione della vita e secondo alcuni fondamenti etici che forniscano le basi dell’identità e il progresso delle nazioni”.

Tutto ciò certamente non è nuovo e basti pensare alla lezione di Tocqueville. “Purché” precisa il Cardinale “tale contributo […] sia autenticamente cristiano” e basato su “una fede autenticamente vissuta oggi”.

“Nella prospettiva cristiana il primato del Logos, e quindi di una razionalità più larga, si identifica con il primato dell’Amore da cui tutto ha origine, e quindi di un ethos che ha il suo centro nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo”. Quest’orientamento è compatibile con la ragione e grazie alla caritas si apre ad una insostituibile cura amorevole per deboli e sofferenti.

Nel secondo scritto la prospettiva si apre sull’Europa. Rifuggendo da facili pretese e certezze, per il Cardinale “lo spazio e il futuro del cristianesimo in Europa sono affidati alla nostra libertà e responsabilità, e in ultima analisi alla sovrana e misericordiosa libertà di Dio”. Il Cardinale procede ad un breve excursus storico dove egli pone in risalto il ruolo crescente degli stati nazionali. Nonché l’apparire di due fenomeni specifici della nostra area culturale: l’universalizzazione basata sul trinomio scienze-tecnologie-sviluppo a seguito della colonizzazione, e il sorgere di segni premonitori di una crisi interna della cultura europea. Il Cardinale ravvisa i primi sintomi evidenti di tale crisi nel nichilismo di matrice nietzschiana con “una perdita di fiducia nei propri valori, e anzitutto nella fede cristiana che ne era l’anima”. “In concreto, la contestazione del cristianesimo attraversa la cultura europea nei secoli XVIII e XIX, con un crescendo di radicalità. Parallelamente viene meno, soprattutto in Germania e in Italia, la stima per la propria storia: la secolarizzazione e l’affermarsi di un relativismo “a-valutativo” sembrano costituire il primo genere di sfide. Due importanti libri che hanno illustrato bene questa crisi di civiltà sono stati Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spencer e Storia comparata delle civiltà di Arnold J. Toynbee. Nel cosiddetto ‘secolo breve’ il XX secolo, si assistette all’esplosione delle ideologie più totalitarie che si erano prefisse lo scopo di costruire una “nuova umanità”. Con il crollo di queste storiche ideologie non è venuta meno questa radice riduzionistica dell’uomo e relativista che si esprime oggi con un predominio della tecnica e delle ragioni del profitto come sostenuto ad esempio da pensatori come Erich Fromm (1900-1980). Il modello americano di integrazione tra stato e confessioni religiose sembra fornire una possibile ispirazione ma anch’esso con determinati limiti. Una seconda sfida oltre a quella relativistica, concerne la cosiddetta “questione antropologica” con l’affermarsi di un complesso modello assertivo,  ancorché nella permanenza di numerose voci dissenzienti, fondato sulla razionalità scientifico-tecnologica slegata da principi etici, debitrice di una interpretazione evoluzionistica dell’universo e di una visione materialistica della vita. Questo modello sembra volere rigettare la morale cristiana mediante una emarginazione pratica della religione attraverso il mondo dei mass-media fin nel vissuto quotidiano della gente. Nei confronti dell’Europa l’Italia ha una particolare responsabilità che il Papa Giovanni Paolo II ha richiamato nella lettera scritta ai Vescovi italiani il 6 gennaio 1994.

Nel terzo scritto il Cardinale affronta il tema della libertà da un punto di vista più teoretico e filosofico cercando di fissarne limiti e condizioni per il suo corretto esercizio ed in particolare con il suo legame intrinseco con la verità.

Il quarto scritto delinea i rapporti tra progetto culturale della Chiesa italiana e il pontificato di Giovanni Paolo II. Per Ruini l’orizzonte nel quale il Papa polacco si è formato “può riassumersi nella riconciliazione e nella ricerca dell’unione più profonda tra Dio e l’uomo, dentro la vita delle persone ma anche nelle dinamiche della storia”.

“La via attraverso la quale egli ha perseguito questo obiettivo è stata senza dubbio in primo luogo quella della preghiera” che ha alimentato “le tre grandi dimensioni lungo le quali Karol Wojtyla ha sviluppato la propria azione, quella preminente di pastore della Chiesa, quella di filosofo e quella di poeta”.

La direzione di fondo del suo progetto filosofico, ha inteso legare oggettività e realismo del pensiero classico con la sottolineatura moderna della soggettività e dell’esperienza che “conduce a sua volta a riscoprire quella congiunzione organica e profonda tra teocentrismo e antropocentrismo” […] “ponendo la premessa per superare un’interpretazione immanentista e sostanzialmente atea dell’affermazione del soggetto nell’età moderna, ma anche una valutazione radicalmente negativa degli sviluppi della modernità …”.

Egli manifestò una  singolare capacità di “coniugare un robusto e penetrante realismo storico con lo sguardo della fede, che sa discernere la presenza di Dio nella trama degli eventi e la forza rinnovatrice delle istanze spirituali e morali” ovvero i cosiddetti “segni dei tempi”. Tale “libertà radicata nella fede” produsse una forte e instancabile difesa e proposta “missionaria della fede e della morale cristiana e cattolica” e dall’altra la “tenace promozione dell’unità tra le Chiese e confessioni cristiane” e del dialogo interreligioso.

Il rapporto di Papa Giovanni Paolo II con il ‘progetto culturale’ della Chiesa italiana parte da una totale stima nella cultura di questo Papa, individuabile ad esempio nel suo discorso del 2 giugno 1980 all’UNESCO. Nel discorso al convegno della Chiesa italiana a Palermo, il 23 novembre 1995, egli affermava che “il nucleo generatore di ogni autentica cultura è costituito dal suo approccio al mistero di Dio”. In un altro incontro con il MEIC il 16 gennaio 1982 asseriva che: ” Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. Ma la maniera concreta con cui il legame tra cristianesimo e cultura dovrebbe esprimersi nella vita della nostra nazione, orientando l’azione della Chiesa in Italia, è stata indicata da Giovanni Paolo II soprattutto nel discorso al convegno di Loreto dell’11 aprile 1985. Riprendendo l’esortazione apostolica di Paolo IV Evangelii nuntiandi del 1975 egli dichiarava: ”Occorre por mano a un’opera di inculturazione della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita, in modo che il cristianesimo continui a offrire, anche all’uomo della società industriale avanzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza”. In un altro passo egli sottolinea che “la Chiesa è chiamata ad operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante, nel cammino verso il futuro”.

Su queste linee il ‘progetto culturale’ della Chiesa italiana è stato presentato per la prima volta, dal cardinale Camillo Ruini, al Consiglio Permanente della CEI riunito a Montecassino, il 19 settembre 1994, per dare corpo a questi orientamenti del pontificato di Giovanni Paolo II, lungo due tracce: l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede, con alla base “un’accezione ampia e antropologica della cultura stessa” al fine di ravvivare quel dialogo tra umanesimo razionalista e antropologia cristiana secondo gli auspici stessi del Concilio Vaticano II: ”Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società”. (Gaudium et Spes n.2)

“In concreto, al centro del ‘progetto culturale’ si è collocato fin dall’inizio proprio il rapporto tra concezione dell’uomo e fede in Cristo. Attuare nella storia questa interpretazione cristiana dell’uomo e della realtà è chiaramente un processo mai compiuto, che deve rimanere così aperto, ramificato e dinamico da poter intercettare una cultura e una società fortemente pluralistiche […]”.

“Al tempo stesso la libertà e la pluralità di dialogo” non possono intendersi come ‘assenza di riferimenti’, come una ‘diaspora culturale’ dei cattolici, che giunga a considerare “ogni idea e visione del mondo e ogni scelta e comportamento pratico compatibili con la fede”.

Altro equivoco che fu necessario dissipare era un certo timore di una deriva culturalistica della Chiesa che si ridimensionò allorché fu chiarito che la principale azione della Chiesa rimane quella pastorale ma che nell’attuale contesto sociale e culturale è necessario far maturare personalità capaci di coniugare appartenenza alla fede e impegno nel mondo. Soprattutto in vista delle pesanti sfide che incombono sulle nostre esistenze come l’affacciarsi di nuove culture, la cosiddetta ‘questione antropologica’ e le nuove sfide della bioetica e della scienza.

“Non è strano, allora, che si avverta il bisogno di una convergenza per dare nuovo vigore alle matrici culturali e spirituali dell’Occidente e in particolare per mantenere vivo il suo radicamento nel cristianesimo” fino a proposte come quella dell’allora Cardinale Ratzinger di giungere a un modello sociale imperniato sulla regola del ‘veluti si Deus daretur’.

Il quinto intervento si propone di chiarire quale è la natura del fondamento etico che il cristianesimo propone alla società odierna, riprendendo il tema del rapporto tra costruzione sociale e la questione ontologica e veritativa.

Il cardinale in poche righe offre un itinerario complesso ma appassionante.

In primo luogo egli sottolinea l’ineludibilità del rapporto dell’intelligenza umana con la verità. Il Cardinale cita con estrema pertinenza un passaggio dei Frammenti postumi di Nietzsche per cui se da una parte sembra che qualcosa debba essere ritenuto per vero ciò non significa che per forza che qualcosa sia oggettivamente vero. Ma anche questa posizione allora è solo ipotetica. Intanto sappiamo che la ragione umana è capace di acquisire dei dati sulla realtà che per quanto diano luogo a una conoscenza imperfetta e rivedibile essi non equivalgono a una non conoscibilità. Ma allora, secondo punto, se la realtà dell’uomo e del mondo è sensata e significativa, e se la nostra intelligenza è in grado di conoscerla come tale, la conoscenza dell’essere – continua il Cardinale – costituisce il presupposto indispensabile per la conoscenza del dover essere, rovesciando così una celebre argomentazione di Hume. Anche il celebre pensatore Popper sosteneva che la  ‘società aperta’ debba astenersi dal considerare delle verità oggettive. Tuttavia questa società ha il dovere di riconoscere il diritto a professare liberamente la propria fede, come anche richiamato da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus (nn. 44-46).

Nel terzo punto il cardinale affronta il concetto di rivelazione. La fede cristiana, in senso proprio, è l’accoglienza di questo libero rivelarsi e manifestarsi di Dio. Ma accoglienza che implica una adesione ragionevole che è propria dell’esperienza religiosa. “Non è infatti possibile credere se non si ha qualche conoscenza di ciò che si crede, di colui a cui si crede, dei motivi per i quali si crede”. Questo tema del rapporto tra fede e ragione è stato trattato in importanti documenti come la Fides et ratio e la Spe salvi.

Ultimo punto, il cristianesimo afferma la realtà dell’Incarnazione per cui la verità non è più solo qualcosa da cercare ma è Qualcuno che possiamo incontrare nelle vicende storiche e personali. “Dalla centralità di Cristo si può pertanto ricavare un orientamento globale per tutta l’antropologia, e quindi per una cultura ispirata e qualificata in senso cristiano”. ”Così dalla fede” termina il Cardinale “si genera la cultura cristiana nel nostro contesto storico, in un rapporto con il passato che è vitale e non soltanto ripetitivo”.

Nell’ultimo brano il Cardinale tocca in un’intervista le questioni centrali dell’anima e della resurrezione secondo l’ottica cristiana.

M.C.

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