La presidente di Fondazione Avsi riflette sul Discorso alla città del cardinale Scola, a partire dal dramma di chi abbandona la propria terra in cerca di un futuro

di Pino NARDI

Alda Vanoni

«Ora Avsi promuove una campagna sul tema dei profughi, uno dei risvolti drammatici del meticciato. Si può risolvere questo “problema” con ricette facili? No. Ci vuole un coinvolgimento di ogni singolo e quindi di ogni comunità». Alda Vanoni, presidente di Fondazione Avsi e già magistrato a Milano, riflette sul Discorso alla città del cardinale Scola. A partire dal dramma quotidiano di chi abbandona la propria terra in cerca di salvezza e speranza di futuro.

L’Avsi è impegnata sulle frontiere della sofferenza. Come coniuga misericordia e giustizia?
Nel suo impegno di oltre 40 anni nella cooperazione allo sviluppo, Avsi è stata sempre provocata dal bisogno incontrato concretamente, dalle carenze sanitarie alle emergenze, dall’educazione dei bambini all’accompagnamento nel mondo del lavoro. Un’attività che trova la sua radice nella dimensione del dono, della gratuità e quindi ultimamente della misericordia. La riflessione del cardinale Scola sulla giustizia – che ho personalmente sentito come una chiarimento che ha illuminato la mia passata vita professionale e ora il mio impegno in Avsi – aiuta a comprendere la profonda contiguità tra misericordia e giustizia, entrambe tese a un bene relazionale, come scrive lo stesso Arcivescovo in un passaggio per me centrale: «L’idea del giusto non è altro che l’idea del buono considerata nel rapporto ad altri e mette in campo quell’esigenza di vita buona con cui l’io-in-relazione è chiamato a misurarsi ogni giorno. Essa gli domanda di rendere giustizia a tutte le relazioni, prendendosene cura».

Il cardinale Scola parla da tempo di «meticciato di culture e civiltà» e rileva che il fenomeno delle migrazioni è strutturale. Come affrontare questa realtà che ha risvolti tragici?
Credo che un criterio sempre adeguato sia quello del realismo, dell’aderenza alla realtà, che ci permette di vivere i processi storici di “cambiamento epocale” da protagonisti e non da vittime passive. Noi proponiamo di accompagnare i profughi per un tratto di strada, con progetti ad hoc, invitando tutti a immedesimarsi con chi è stato costretto a lasciare la propria casa. Coinvolgimento vuol dire io-in-relazione. Significa evitare l’indifferenza (ultimamente emarginante) e offrire un’accoglienza umana a partire da un’identità certa e offerta, come dice il Cardinale, in una “reciproca narrazione” che potrà permettere il “comune riconoscimento”, presupposto indispensabile di una integrazione pacifica.

Da magistrato come valuta la proposta del cardinale Scola di dare più spazio alle forme di esecuzione penale esterna al carcere?
La proposta del Cardinale non muove da un generico buonismo, ma dalla considerazione, diffusa tra molti addetti ai lavori e fatta propria da recenti riforme legislative. Mi viene in mente l’esperienza ormai consolidata delle Apac, le carceri brasiliane senza sbarre e senza secondini, autogestite dai detenuti, con un tasso di recidiva bassissimo, esperienza cui Avsi ha collaborato e che ha presentato a un simposio dell’Unione Europea. I risultati positivi ottenuti dipendono non tanto dall’intelligenza organizzativa di tali strutture, quanto dal convincimento personale e libero con cui i detenuti vivono l’espiazione della pena, che viene dal riconoscimento sincero del disvalore dell’atto sanzionato. Come ha sottolineato il Cardinale la possibilità di rinascita viene non dal far finta di nulla o dal non vedere il male, ma piuttosto dal «salvare mediante la forza dell’amore avendo chiara la coscienza del male e della sua forza distruttiva».

 

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