La storia del profugo siriano Safwan, partito con la moglie e due figli di 8 e due anni. La sua speranza si chiama Svezia

di Francesco CHIAVARINI

Safwan, 38 anni, in Siria aveva un negozio di frutta e verdura, una casa, una vita regolare da commerciante. Ha lasciato tutto. Ha caricato su una carretta del mare la moglie, i due figli di 8 e 2 anni, consapevole dei rischi e senza alcuna certezza riguardo il proprio futuro. «So che sarei potuto morire in mare con la mia famiglia, e che potrei anche non riuscire a raggiungere la Svezia, dove spero di rifarmi una vita. Ma nella mia città, Hama, ogni giorno c’era un morto ammazzato. Meglio rischiare una volta, piuttosto che tentare la fortuna tutti i giorni», racconta in inglese.

La traversata della speranza comincia da Alessandria d’Egitto. La nave parte il 10 ottobre. E inizia una strana crociera, fermandosi in diversi porti del Nord Africa, tra Libia e Tunisia, fino a imbarcare 300 persone. Solo a quel punto, fatto il carico di disperati, punta verso Nord. «Quando abbiamo cominciato a prendere il mare aperto eravamo talmente tanti che non c’era spazio nemmeno per stenderci per terra a riposare», racconta Safwan. «Stavamo in piedi, stretti, addossati gli uni agli altri. I bambini strillavano, piangevano, si sentivano male».

Il calvario dura tre giorni e tre notti. Poi, il quarto giorno, il 15 ottobre, finalmente una motovedetta della Guarda costiera italiana incrocia la carretta del mare a largo di Lampedusa e la conduce in porto. Lo scafista e l’equipaggio si dileguano tra la folla che scende sul molo. Le famiglie di profughi restano per qualche giorno nel centro di accoglienza dell’isola; poi vengono imbarcate dalle autorità italiane su un aereo e portate al Cara di Gradisca d’Isonzo. Da qui ognuno prosegue per proprio conto.

Safwan, con la famiglia, raggiunge Milano. Dorme una notte alla Stazione Centrale. Poi, venerdì 18 ottobre, sale un autobus dell’Atm messo a disposizione dal Comune per accompagnare i profughi nei Centri, e arriva in via Novara. Non ha più soldi, dice. O forse quelli che gli sono rimasti se li tiene stretti nella speranza di poter proseguire il viaggio. L’Italia non è, infatti, la sua destinazione. L’obiettivo è arrivare in Svezia, dove un altro fratello, partito qualche giorno prima di lui, è già arrivato. Ma il passaggio per il futuro costa caro. Per pagare un driver illegale disposto ad accompagnarti oltre frontiere si può arrivare a spendere qualche centinaia di euro. E i prezzi salgono ogni giorno di più, seguendo l’inesorabile legge della domanda e dell’offerta. «Non cerco assistenza e non mi sarebbe mai venuto in mente di cercare un lavoro in Europa perché in Siria stavo bene, avevo un’attività, la mia vita», confessa Safwan. «Poi è cominciata questa guerra e tutto è cambiato».

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