Cinema e televisione: la narrazione mediatica della famiglia al centro dell’incontro svoltosi questa mattina alla Pontificia Università Lateranense

a cura di Marco DERIU

Family_Incontro alla Lateranense

La rappresentazione della famiglia da parte dei mezzi di comunicazione – televisione e cinema in primis – condiziona fortemente le dinamiche familiari e l’interazione della famiglia stessa con la società. Intorno a questo nucleo tematico si è sviluppato il convegno “Quale famiglia per quale società?”, svoltosi questa mattina presso la Pontificia Università Lateranense. In apertura dei lavori il rettore della Pontificia Università Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo, ha sottolineato come la narrazione cinematografica e televisiva si offra spesso come «specchio efficace in cui si possono identificare e riconoscere le dinamiche relazionali, vissute nel ritmo dell’esistenza quotidiana tra lavoro e festa».

La vita nei film

Dalle esperienze più concrete e costitutive delle dinamiche familiari prende frequente spunto la rappresentazione cinematografica. Su questo si è concentrato l’intervento del professor José Noriega Bastos del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, che ha citato Aristotele, Roberto Benigni e il regista spagnolo José Luis Garci. Per Aristotele «la fantasia consente di generare un processo di mimetismo rispetto alle gesta degli eroi raccontate, in cui la persona può immedesimarsi per raggiungere le finalità ambite». Nei suoi film, Benigni evidenzia la dicotomia fra sogno e realtà su cui il cinema spesso gioca, che rimanda al senso antropologico della narrazione. La matassa della vita è ben evidente nei film di Garci, attraverso storie che «mostrano come i nostri atti possano cucire la trama della vita su un ordito che non è a nostra disposizione». Il cinema dunque «aiuta a capire la verità delle storie che non si limitano a raccontare la realtà, ma ci fanno capire quanto essa sia bella da desiderare: abbiamo bisogno dei film per non disperare su quanto potrebbe diventare la nostra vita».

Cuori, teste e passioni

Le peculiarità della famiglia rappresentata nelle fiction televisive sono state evidenziate da Chiara Palazzini, vicepreside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Nella fiction spesso il rapporto fra genitori e figli supera quella asimmetria che è invece un dato educativo imprescindibile, proponendo figure di “genitori-amici” che «nel panorama educativo in senso stretto non possono essere positive». Ma non tutti gli spunti proposti nella fiction sono negativi: per esempio, la connotazione di madri e padri che si impegnano ad ascoltare costantemente i figli può essere uno spunto anche per spazi di ascolto nella vita concreta.

Il mondo dello spettacolo “ha cuori, teste e passioni”, ha sottolineato monsignor Dario E. Viganò, preside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis e moderatore del convegno, introducendo le testimonianze degli attori Alessio Boni e Cristiana Capotondi e del regista Guido Chiesa. «L’arte cinematografica – ha ricordato Viganò – non è solo rappresentazione, ma percorso conoscitivo che diventa esperienza necessaria per una conoscenza complementare e profonda; occuparcene significa assumere la responsabilità di provare a comprendere le forme attestabili affinché l’azione pastorale sia più efficace».

Sulla stessa scia l’intervento di monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia: «La rappresentazione audiovisiva dà la possibilità di unire insieme lo sguardo della teologia, della filosofia e della sapienza umana con quello dell’arte narrativa e visiva per orientarlo verso il mistero della vita».

Tre doni

Nelle conclusioni del convegno, il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, ha ricordato che «nella Genesi la famiglia, il lavoro e la festa sono tre doni di Dio affinché l’uomo possa realizzarsi pienamente attraverso queste dimensioni costitutive dell’identità umana». L’uomo, infatti, è creato a immagine di Dio «non solo come singolo, ma anche come comunità e anzitutto proprio come famiglia: maschio e femmina li creò». Nella misura in cui la famiglia è autentica nelle sue dimensioni di eros e agape, di desiderio e di dono, si crea una comunione profonda che permette di dare all’altro tutto se stesso. «Nella persona umana e nelle sue relazioni famigliari – ha concluso il cardinale Antonelli – si sviluppa l’opera creatrice di Dio».

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