Operai cassaintegrati, straniere senza più lavoro come badanti e colf, artigiani e dipendenti strozzati dai debiti: sono le vittime della crisi per l’VIII Rapporto sulle povertà

di Luisa BOVE

Centro di ascolto

È grazie al «prezioso lavoro» di 59 centri di ascolto sparsi sul territorio della diocesi e di tre servizi Caritas Ambrosiana (Sai, Sam e Siloe), ha detto il vicedirettore Luciano Gualzetti, che ha reso possibile questa mattina presentare i dati dell’VIII Rapporto sulle povertà. Nel 2008 sono state 15.809 le persone che si sono rivolte ai diversi centri e sportelli (un dato molto simile al 2007), di queste oltre 10 mila sono risultati nuovi utenti. Ma se il numero complessivo di assistiti non è cambiato negli ultimi due anni, ciò che fa la differenza è la quantità di contatti: negli ultimi 12 mesi sono stati quasi 10 mila in più tra colloqui (27 mila), bisogni (26 mila) e richieste (44 mila). Gli operatori Caritas hanno registrato «negli ultimi tre mesi dall’anno scorso alcuni segnali della crisi», di cui si avrà il quadro completo nel prossimo Rapporto che analizzerà la situazione del 2009. In ogni caso non si può dire che la crisi colpisca solo le singole persone, la difficoltà economica infatti ha una ricaduta immediata anche sulla famiglia. Spesso la mancanza di reddito, la perdita del posto di lavoro o la stessa cassa integrazione diventano causa di litigio tra genitori. «La crisi», ha detto inoltre Gualzetti, «colpisce alla radice l’identità e la dignità della persona».
Nel 2008 gli utenti sono stati soprattutto donne (7 su 10), il 75% stranieri (di cui 51% regolari), con un’età media tra i 30 e i 34 anni, mentre gli anziani sono solo italiani. Le nazioni più rappresentate dal campione sono state Perù (14,2%), Ecuador (11,1%), Romania (10,2%), Ucraina (8,9%) e Marocco (11%). È aumentata di 2 punti percentuali la presenza delle donne marocchine, ha detto Elisabetta Larovere dell’Osservatorio Caritas Ambrosiana, per via del «ricongiungimento familiare». Nonostante l’entrata della Romania nell’Ue avesse portato «a un’impennata di ingressi, oggi il flusso sta tornando ai valori del 2005».
Ma quali sono stati i bisogni più frequenti rilevati dagli operatori Caritas? L’occupazione è risultato il problema principale (59,1%), seguito dal reddito (40,5%), difficoltà legate alla condizione degli stranieri e questione abitativa. Le risposte date dai centri di ascolto agli utenti sono così riassumibili in sostegno personale (52%), consulenza e orientamento lavorativo (29%), beni materiali e servizi (28%), prestazioni professionali (28%).
Larovere non nasconde che gli operatori hanno avuto più difficoltà per la complessità delle situazioni, riconoscendosi a volte «impotenti» e «frustrati» di fronte a povertà e condizioni estreme. Il desiderio è comunque quello di intervenire prima che la situazione degeneri, evitando che vada in crisi anche la stabilità familiare. Chi ha retto di più di fronte alla crisi sono state le persone che avevano piccoli risparmi, ma anche chi poteva contare su una rete di relazioni.
La creazione del Fondo Famiglia-lavoro ha incrementato il numero di italiani che si sono rivolti alle Caritas parrocchiali o decanali per avere informazioni in merito, mentre la richiesta di colf e badanti da parte delle famiglie italiane nel 2008 è diminuito e questo sta riducendo la possibilità per gli stranieri di trovare una fonte di guadagno.
Per far fronte alle difficoltà sempre maggiori molti centri di ascolti hanno incrementato servizi e consulenze, ma hanno anche risposto con «creatività» alle necessità. C’è chi ha stretto rapporto con altri soggetti sul territorio e chi ha avviato iniziative anticrisi pensate ad hoc: si va da mercatini per raccogliere fondi a partnership con banche o supermercati. Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, si augura che «la crisi non passi invano», che cresca il senso di «responsabilità» da parte di tutti e invita le stesse comunità cristiane a raccogliere l’invito dell’Arcivescovo a riflettere su temi come il lavoro, il welfare, la situazione economica…
Al di là di quelle che possono essere le responsabilità di «untori, profittatori e manager» verso questa crisi generale, don Davanzo auspica da parte di tutti un ripensamento sugli «stili di vita» per fare scelte di «sobrietà» rispetto «alle ferie, ai consumi, agli acquisti». Se oggi la Caritas Ambrosiana ha ancora qualcosa da dire è perché si «sporca le mani» e «condivide con i poveri». Certo «la Chiesa cattolica non si illude di sostituirsi allo Stato e alla pubblica amministrazione», dice il direttore della Caritas, «ma almeno meriteremmo di essere ascoltati quando si tratta di studiare progetti condivisi a favore di famiglie, giovani, poveri… La nostra sapienza guadagnata sul campo deve essere presa sul serio».

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