Il direttore don Roberto Davanzo commenta i dati del XII Rapporto diocesano, che per il 2012 riguardano un campione di 59 centri di ascolto più Sai, Sam e Siloe

di Luisa BOVE

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Nel 2012 sono aumentate del 31,4% le richiesti di viveri e aiuti materiali ai Centri di ascolto. È quanto emerge dai primi dati del XII Rapporto di Caritas ambrosiana e rielaborati dall’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Si registra inoltre un incremento di italiani (37%), nonostante persistano gli assistiti stranieri, pari al 71,3% su un campione di 59 Centri di ascolto. Ma se da una parte il numero di colloqui è aumentato, rispetto al 2011 si è registrato il calo dell’1% di utenti. «È un dato statisticamente poco rilevante», commenta don Roberto Davanzo, direttore di Caritas ambrosiana, anche perché tra loro c’è chi ora si rivolge ai distretti del Fondo famiglia-lavoro.

È cambiata quindi la domanda?
I Centri di ascolto non sono in grado di dare risposte al bisogno di reddito e occupazionale: le persone hanno capito e si sono quindi spostate su un altro tipo di sportello e di servizio. Però l’aumento della domanda di generi di prima necessità conferma che si è abbassato il livello della richiesta e gli utenti si sono accontentati di aiuti che permettono loro di risparmiare sulle risorse economiche. Intanto i Centri di ascolto e le stesse Caritas parrocchiali si sono attrezzate creando piccoli magazzini di stoccaggio di generi alimentari da offrire alle persone.

Tra gli utenti resiste un zoccolo duro (42,9%) che non riesce ad uscire dal circuito di aiuti della Caritas…
Questo dice che la povertà si complica, c’è una cronicizzazione e un aumento dei disoccupati di lungo periodo. Per questo aumentano gli accessi, ma non bastano due o tre colloqui per trovare le soluzioni. I Centri di ascolto riescono a generare relazioni, legami, magari non risolvono il problema, però non fanno sentire sole le persone. In questo rispettano la loro vocazione di essere presidi di accompagnamento.

Un altro dato significativo è quello degli immigrati, in particolare il calo donne di ucraine e peruviane.
Molti stranieri che venivano in Italia per lavoro si sono resi conto che questo tipo di risposta il nostro Paese non può più offrirla. E così il progetto migratorio è cambiato, non più economico e lavorativo, ma di disperazione e fuga come extrema ratio per chi vive situazioni di persecuzione, guerre e carestia. Tanti immigrati ora cercano di tornare al loro Paese, anche perché si riducono le richieste di assistenza domestica e alla persona da parte degli italiani.

Sul territorio oggi c’è più attenzione rispetto allo spreco anche da parte della grande distribuzione?
Sì, c’è maggiore erogazione di alimentari e questo ci consola perché la dimensione scandalosa delle eccedenze non trova come unico sbocco la discarica, ma va a sostenere persone in difficoltà. Molti supermercati intrattengono relazioni positive con le Caritas locali e le strutture caritative del territorio alle quali donano le loro eccedenze.

Dal 2002 a oggi i Centri di ascolto sono aumentati, passando da 220 agli attuali 324.
È un dato positivo che dice la presa di consapevolezza nelle nostre comunità locali che la povertà non può essere più affrontata dall’incontro fugace del parroco che dona 5 o 10 euro alle persone che bussano alla sua porta, occorre un ascolto e una relazione stabile nel tempo che i laici possono garantire.

Si tratta anche di creare reti con i servizi del territorio?
Certo. I Centri di ascolto non potranno mai pensarsi come un’isola felice e autoreferenziale, ma devono favorire le connessioni tra assistiti e i servizi. Fino a qualche anno fa noi inviavamo le persone che intercettavamo ai servizi pubblici, ma ora stiamo assistendo al meccanismo contrario di assistenti sociali e assessori di piccoli comuni che ci mandano le persone che non riescono a seguire. Sogniamo di poter tornare al meccanismo più virtuoso: noi intercettiamo e ascoltiamo, ma poi orientiamo.

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