Monsignor Carlo Redaelli, responsabile di tutto quanto concerne la cooperazione missionaria con le altre Chiese, è stato recentemente in Perù, in visita ai fidei donum ambrosiani. Le sue riflessioni sulla nostra presenza nel mondo e il suo sogno di una Chiesa aperta e sempre “in movimento”

di Stefania CECCHETTI

Una Chiesa dinamica, aperta al confronto con le altre culture e a servizio delle Chiese in più “bisognose”, ma anche umile e pronta a imparare da loro. È questa la Chiesa milanese dei fidei donum, l’esercito dei sacerdoti diocesani “inviati” in dono in tutto il mondo, come la descrive monsignor Carlo Redaelli.
Come vicario generale della diocesi, mons. Redaelli ha responsabilità diretta su tutto quanto concerne la cooperazione missionaria con le altre Chiese. Non a caso, ha passato le ultime estati in giro per il mondo, a visitare alcune delle realtà in cui la diocesi è presente con i suoi preti: Haiti, Zambia, Camerun, Brasile e il Perù, dove è tornato per la seconda volta lo scorso luglio.
«Non dobbiamo pensare al fidei donum – mette in guardia mons. Redaelli – come a un missionario solo, avventuroso e originale: i fidei donum sono invece preti, diaconi, laici e famiglie “normali” che vivono una particolare esperienza corrispondente a una precisa scelta della nostra Chiesa di Milano, come è stato recentemente ribadito dall’Arcivescovo». Un’esperienza, spiega ancora mons. Redaelli, «che serve alla Chiesa ambrosiana per restare aperta alla missione e alla cattolicità e per confrontarsi con altre realtà e culture».
Tutte abilità che ci dovrebbero rendere sempre più capaci di accoglienza nei confronti dei tanti migranti che scelgono di vivere a Milano, come l’arcivescovo Tettamnzi non si stanca di raccomandare. Quanta strada dobbiamo ancora fare come Chiesa, da questo punto di vista? «L’esperienza dei fidei donum – risponde monsignor Redaelli – ci aiuta ad aprirci, a capire che il mondo non finisce a Milano. Dal punto di vista ecclesiale possiamo arricchirci molto nel confronto con le altre Chiese. In Zambia, per esempio, ho incontrato la realtà delle “small christian communities”, una forma di articolazione territoriale delle parrocchie. Si tratta di comunità vive, che si confrontano sulla Parola di Dio, ma che sono anche in grado di agire concretamente e di interagire con il territorio. In questo modo le parrocchie, spesso territorialmente molto estese, non rischiano di diventare anonime, ma mantengono un carattere locale. Penso che l’esperienza delle nostre comunità pastorali potrebbe avere qualcosa da imparare da loro…».
Ecco perché il missionario diocesano deve mantenere un atteggiamento umile rispetto alla cultura che incontra: «I fidei donum – spiega mons. Redaelli – non sono della Chiesa dove sono mandati e non appartengono a quel popolo. Di conseguenza si devono inserire nella cultura che avvicinano con molta umiltà, studiandone la lingua e la storia, non pretendendo di capire subito o di aver capito anche dopo diversi anni. Senza che questo tuttavia significhi sentirsi “ospiti estranei”».
E capire quelle culture molto spesso significa introdursi in contesti socio politici molto difficili: «Non si può generalizzare – dice monsignor Redaelli -, ma spesso nei Paesi del sud del mondo la Chiesa cerca di sostenere la gente e di intervenire in difesa dei diritti umani. A Sayan, vicino una delle parrocchie peruviane in cui Milano è presente, nei giorni della mia visita c’è stata una forte tensione a causa della minacciata chiusura di uno zuccherificio con 2000 dipendenti. Il Vescovo è subito intervenuto a favore degli operai. E questo in una Chiesa, come quella peruviana, che non è particolarmente unita, basti pensare che la maggior parte dei sui Vescovi non sono originari del Perù. Un altro esempio: un nostro sacerdote in Zambia, si è opposto fieramente alla distruzione di una foresta per far spazio alla coltivazione della soia, ricevendo il sostegno del Vescovo locale, che ha fatto intervenire in suo aiuto la commissione giustizia e pace diocesana».
Facile immaginare che quel sacerdote sia diventato un mezzo eroe agli occhi dei sui parrocchiani. Questo fa ben sperare nell’immagine della Chiesa milanese nel mondo, a dispetto dei fatti della nostra cronaca, che qualche volta ci fanno apparire come un popolo se non proprio razzista quasi…
«Senz’altro c’è un grande apprezzamento per la presenza dei nostri sacerdoti, delle suore e dei laici – dice monsignor Redaelli -. Ad Haiti, che si contende con il Niger la palma del Paese più povero del mondo, i nostri sono gli unici fidei donum presenti, tanto che il Vescovo ce ne ha chiesti altri. In molti Paesi si meravigliano che noi riusciamo ancora a garantire una presenza così cospicua nel mondo. Un fatto curioso: nel 2007 ci sono state 12 ordinazioni sacerdotali, il minimo storico per la nostra diocesi e nello stesso anno sono partiti12 fidei donum, anche questo un record, però in positivo. È interessante che proprio nel momento di maggior difficoltà la diocesi abbia saputo esprimere una tale generosità».
C’è un’altra cosa che in Africa, Asia e America Latina apprezzano molto di noi ambrosiani, spiega monsignor Redaelli: «Siamo visti come persone che si danno da fare, che lavorano. Ma anche come ma gente solida spiritualmente, con una forte motivazione e soprattutto con la capacità di mantenerla anche nella difficoltà, attraverso la preghiera. E questo vale per i sacerdoti e le religiose, ma anche per diaconi e laici».
Già, i laici. Sono sempre di più i giovani e le parrocchie che scelgono di fare un’esperienza in una parrocchia all’estero a fianco di un fidei donum ambrosiano. «Sono visite – conclude monsignor Redaelli – sempre molto apprezzate. È importante partire non tanto con l’idea di “dare una mano”, ma soprattutto con la voglia di conoscere e condividere».

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