Un gesto altamente simbolico, ma nello stesso tempo molto reale, sia per chi si è impegnato a contribuire sia per chi ne è beneficiario

di Pino NARDI

famiglia-lavoro

«Il Fondo lascia la traccia della presenza di una comunità che non è astratta dalla storia, ma che è capace di mettersi accanto ai problemi delle persone e a organizzare risposte concrete. È un aspetto non piccolo, perché questo è sempre stato uno dei tratti caratteristici del cristianesimo, di una religione che parla del senso del creato e dell’escatologia, ma è capace di ricordarsi che le vite delle persone fanno i conti anche con la concretezza dei loro problemi». È la riflessione di Mauro Magatti, preside della facoltà di sociologia dell’Università cattolica di Milano, sull’esperienza del Fondo famiglia-lavoro lanciato dal cardinal Tettamanzi proprio un anno fa, nella notte di Natale.

Il Fondo è dunque uno strumento concreto di solidarietà. La Chiesa dà il buon esempio, avendo colto per tempo i segni della crisi?
«Sì, ha ricordato con questo gesto che è insieme altamente simbolico – perché nessuno pretendeva di risolvere tutte le questioni che si sarebbero messe in moto -, ma nello stesso tempo anche reale. Sia per chi si è impegnato a contribuire sia per chi ne ha beneficiato, la solidarietà non è una parola vana, ma è qualcosa che può cambiare il modo di vita di ciascuno, anche a rendere un po’ più giusta la vita collettiva».

Infatti c’è il dato della richiesta, ma anche della notevole generosità della gente…
«Un aspetto da sottolineare è la grande risposta all’appello dell’Arcivescovo. Questo a conferma che i nostri comportamenti esprimono la libertà di ciascuno, ma anche la capacità di suscitare gli aspetti buoni che ognuno ha dentro di sé».

Il Fondo ha mobilitato quasi 500 volontari: una capillarità di presenza ancora notevole…
«Il cattolicesimo in Italia ha un radicamento che è storico, quindi nel tempo, e nello spazio, con una capillarità impressionante. L’organizzazione delle parrocchie ci dovrebbe sorprendere continuamente. Dimostra che nonostante tutte le debolezze, le fragilità, le contraddizioni che vengono giustamente sottolineate, di fatto il mondo cattolico continua a costituire il più significativo tessuto di connessione nel territorio milanese e lombardo. Non esiste nient’altro che sia anche solo vagamente paragonabile a questa presenza».

L’attacco della Lega al Cardinale è anche un tentativo per egemonizzare il territorio milanese e lombardo con una logica di chiusura che si scontra con questa presenza di apertura e di accoglienza?
«La questione è complessa. L’iniziativa del Cardinale è quanto mai apprezzabile proprio perché va a lavorare, a toccare, a mobilitare un terreno come quello della solidarietà concreta in territori su cui anche forze politiche hanno lavorato in questi anni attingendo alle stesse fonti che vengono poi attaccate, cioè la matrice cattolica. Il Cardinale ha lavorato su questo stesso tema, ma in una prospettiva di solidarietà, di apertura, di unificazione invece che di contrapposizione, di chiusura e di egoismo. Questa è anche un’importante indicazione di metodo: da questo punto di vista il Cardinale come esponente apicale della Chiesa rivela una certa politica che tante forze politiche invece non hanno».

L’iniziativa del Fondo funziona da stimolo e sollecitazione all’intervento della politica e delle istituzioni?
«Funziona da esempio, ma soprattutto da cartina di tornasole. Pensare che la Lombardia sia una terra di egoisti e di individualisti è una forzatura, perché non fa parte del nostro Dna. Questa è una terra che da sempre è stata capace di unire impegno, eccellenza e lavoro con l’attenzione alle fragilità nel senso della solidarietà. È uno dei tratti più profondi di questi territori, che non a caso sono permeati di cultura cattolica. E credo che le istituzioni e le forze politiche che le incarnano commettano sempre un grave errore quando si dimenticano di questo riferimento storico».

Bisogna recuperare la storia di Milano di continue integrazioni. Quindi l’immigrazione va vista non solo con la paura e la chiusura, ma anche in una logica di sviluppo economico…
«Sì, naturalmente evitando generici discorsi per cui va bene tutto. L’arrivo di migliaia di persone di culture diverse non può che costituire un fenomeno che deve essere accompagnato e sostenuto. Ma a queste condizioni subisce un normale fisiologico processo di trasformazione. La parola Milano vuol dire Mediolanum, terra di mezzo: fa parte della sua tradizione questa capacità di essere una terra dove le porte sono aperte. Sarebbe veramente paradossale che nel momento in cui lo stare in mezzo si allarga perché si allargano i processi, Milano andasse contro la sua stessa natura chiudendosi».

Il Cardinale nel Discorso alla città ha riproposto l’appello alla sobrietà: fa cultura in questa stagione di crisi?
«Sicuramente, non solo nel senso più evidente di sapere recuperare attenzioni che negli ultimi decenni abbiamo dimenticato. Ma anche più in profondità come stimolo a comprendere che l’eccessivo spostamento che tutto il mondo occidentale, l’Europa e l’Italia, hanno perseguito – dall’impegno, dal lavoro, dalla solidarietà al consumo, all’individuo – comporta costi sociali e in possibilità di dare crescita, sviluppo e benessere. La sobrietà non è solo rinuncia, ma è anche capacità di orientare le risorse verso obiettivi sia individuali sia collettivi di medio e lungo termine. Insomma uscire dalla logica schiacciata del consumo e del godimento immediato per pensare ai bisogni di tutti e per creare le nuove basi dello sviluppo».

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