L'attenzione della Chiesa varesina per l'avvenimento sportivo in corso in questi giorni, nelle parole del vicario episcopale monsignor Stucchi: «Una prova di umanità che mette in comune la volontà di tagliare il traguardo della vita insieme con gente diversa. Guardiamo con simpatia a questo evento e lo sentiamo capace di effetti positivi sulla città»


Redazione

24/09/2008

di Saverio CLEMENTI

C’è una fotografia che è entrata nella storia del ciclismo: Coppi e Bartali, gli eterni rivali di tante gare, si passano la borraccia per dissetarsi nel bel mezzo di una salita. Un gesto apparentemente di poco conto, capace però di caricare il mondo della bicicletta di significati più profondi.

Varese in questi giorni è la capitale delle due ruote. Fino al 28 settembre ospita infatti i Campionati mondiali di ciclismo su strada. Un ritorno nella “città giardino” dopo ben 57 anni. Le cronache sportive, giustamente, danno conto dei risultati e di una provincia che vive con entusiasmo i fasti del Mondiale.

Alla cerimonia inaugurale, all’interno dell’Ippodromo delle Bettole trasformato per l’occasione in pista, accanto ai vertici del ciclismo internazionale c’era anche monsignor Luigi Stucchi, vescovo e vicario episcopale della zona di Varese, a portare i saluti del cardinale Dionigi Tettamanzi. Un breve intervento e la recita del Padre Nostro hanno contribuito a dare un supplemento d’anima a un evento che non lascia indifferente la comunità cristiana locale.

«Non possiamo non avvertire – dice Stucchi – la responsabilità che viene da una così imponente manifestazione e da un numero così significativo di persone provenienti da nazioni diverse. È uno spaccato di umanità in tutte le sue sfaccettature di cultura, sensibilità, costume, religione. Non è solo una fatica, questo evento mondiale, una scommessa o una bella affermazione: è una prova di umanità, di dialogo, di confronto, di incontro, dove in comune non sono solo la bicicletta e la voglia di vincere, ma piuttosto la volontà di tagliare il traguardo della vita insieme con gente diversa».

Nel suo saluto inaugurale ha voluto anche ricordare il Sacro Monte di Varese: «Se l’apertura ufficiale dei Mondiali ha messo sotto gli occhi di tutti alcune bellezze tipiche del territorio varesino, la trama quotidiana dei rapporti deve mettere in evidenza una bellezza nuova di umanità sapiente e accogliente, frutto di antiche radici e di quel centro spirituale che è il Sacro Monte, patrimonio dell’umanità e gioiello di Varese. È stupendo e bello che le gare avvengano sotto lo sguardo della Madonna del Monte, che ci unisce come figli, come fratelli pellegrini tra le varie vicende della vita, in corsa per un traguardo di valore infinito, che si può raggiungere solo col cuore».

Il ciclismo, quindi, come una sorta di metafora della vita? «Certamente ci sono punti in comune tra ciclismo e vita. È uno sport che ha una valenza educativa per i valori che vengono messi in gioco: lealtà, trasparenza, inossidabile moralità, anche a costo di non vincere la gara, ma garantendo appunto la vittoria di ognuno su se stesso per regole di vita precise e liberanti. Al momento della benedizione iniziale abbiamo fatto risuonare nel cuore dei presenti alcune espressioni delle beatitudini dello sportivo, indicando così gli atteggiamenti interiori e morali con cui gareggiare e vivere non solo questa settimana. È stato come accogliere la parola di Gesù attualizzata e applicata nella concreta situazione sportiva e umana. Per tutti questi motivi guardiamo con simpatia l’evento mondiale e lo sentiamo capace di effetti positivi sulla città».

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