Nel 1912 padre Agostino Gemelli fondava l’Opera Impiegate, una casa per ospitare le donne che venivano a Milano per lavorare, ma non avevano un alloggio. Da 20 anni Maria Dutto gestisce la struttura che oggi dispone di 44 posti letto e accoglie donne sempre più precarie

di Luisa BOVE

maria dutto

Compie cento anni la famosa “Opera Impiegate” voluta da padre Agostino Gemelli nel 1912 che accoglie ancora oggi le donne che vengono a Milano per lavorare. Alla guida di questa singolare realtà nel cuore di Milano (la sede è in via San Vincenzo 7) c’è Maria Dutto, 83 anni compiuti e presidente da venti, donna energica e dalle molte doti. Al di là della gioia di celebrare questo anniversario, insiste sulla «grande intuizione di padre Gemelli». Non era affatto scontato un secolo fa che «un uomo, tra l’altro religioso, si preoccupasse, non solo dell’aspetto spirituale delle donne (aveva tenuto per loro un corso di esercizi), ma anche dei problemi legati al lavoro». Allora infatti non esistevano le mense, gli uffici erano malsani, gli orari impossibili… e spesso le impiegate non sapevano dove alloggiare. «Padre Gemelli voleva offrire loro la possibilità di studiare, di prepararsi meglio, di curarsi, per questo ha realizzato anche un gabinetto medico con l’aiuto di alcuni amici, allora infatti ci si ammalava facilmente per le condizioni di vita». Per la Dutto il fondatore dell’Opera «ha saputo essere profetico e lungimirante nel suo tempo».

Ma la presenza maschile, di padre Gemelli e di qualche francescano è durata poco, perché l’intera gestione è passata alle donne, da Maria Cucchiani a tante altre socie e amiche che hanno creato una «solidarietà femminile». Ancora oggi, dice con orgoglio la presidente, «non dipendiamo da nessuno, né dalle strutture ecclesiastiche né da quelle civili e, nel nostro piccolo, siamo state delle imprenditrici: in tanti anni abbiamo acquistato, venduto, ristrutturato…».

Negli ultimi 20 anni la Dutto ha dovuto «rifare tutto perché non c’era più nulla in regola», altrimenti la casa rischiava di chiudere. Nel 2010 affrontando mille problemi e difficoltà è riuscita a ristrutturare innalzando un piano e installando un’ascensore. Oggi la casa – accogliente, pulita e confortevole – può ospitare fino a 44 persone, ma i posti letto non bastano mai. Arrivano telefonate tutti i giorni, dalla mattina alla sera, e piange il cuore dover dire tanti “no” a chi chiama da tutte le regioni d’Italia.

«Cento anni fa le ragazze venivano a svolgere i lavori più umili», dice la presidente, «ora tante sono laureate, arrivano dal meridione e trovano lavoro magari in un call center. Ma quello che stupisce rispetto a un tempo è la brevità del lavoro: contratti a termine, anche solo di un mese, sostituzioni, stipendi bassi… pochi giorni fa un’ospite è tornata a casa in lacrime perché aveva già finito di lavorare».

Molte lasciano la famiglia per cercare un posto a Milano: «C’è una mamma di Rimini che concentra i giorni di lavoro per poter tornare a casa dai suoi».

«Attualmente ospitiamo tre medici: una ha la specializzazione in oculistica, un’altra si sta specializzando e l’ultima ha lasciato in Calabria quattro figli con il marito e i familiari. Quello che impressiona e angoscia è la mancanza di lavoro in una città come Milano. Solo qualche “vecchia” ospite lavora in banca o in un ufficio pubblico, ma le altre vivono nell’ansia e nel dubbio di un rinnovo del contratto».

Con quattro università in città ormai esistono quasi solo collegi per studenti. Per le lavoratrici, spiega la Dutto, «siamo rimaste noi e le suore di via Feltre che ospitano giovani fino a 25 anni di età, noi ne abbiamo alcune di 30-32 anni al primo lavoro».

E se l’Opera Impiegate riesce a tenere prezzi bassi («il commercialista dice che siamo matte!») è perché può ancora contare sulla presenza di volontarie che non ricevono neppure il rimborso per i trasporti («altrimenti non è vero volontariato!»). Come personale ci sono tre persone di origine boliviana, «molto brave e affezionate all’Opera».

Non è un pensionato, ma una casa vera e propria, e quando le ragazze finiscono tardi di lavorare trovano sempre un piatto pronto per cena. «Io insisto molto sullo stile, sulla responsabilità, ma anche la libertà che offre la casa». Maria Dutto ha un grande senso di accoglienza: «Mi considero la mamma di tutte, le ascolto, le abbraccio, le conforto… mi fanno tenerezza. Capisco i loro sogni, i loro bisogni, i loro desideri… Le loro vite si intrecciano e così si aiutano a vicenda. Nel deserto dell’individualismo è bello poter creare una piccola comunità, dove la ricchezza sta nella diversità di ciascuna: le siciliane e le pugliesi (ne abbiamo tante), sono diverse dalle toscane o dalle venete, però si integrano». E la domenica la presidente le incoraggia a non fermarsi solo davanti alle vetrine, ma a visitare Milano, con le sue bellezze artistiche, le chiese, i musei… Molte anche a distanza di anni si ricordano dell’Opera e telefonano per ringraziare. Ma la sintesi più bella è venuta da Manuela, quando una mattina abbracciando Maria Dutto con le lacrime agli occhi le ha detto: «Qui non solo la sera trovo un piatto caldo, ma anche l’aria di casa». 

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