Presiedendo nella Basilica di Sant'Ambrogio la celebrazione nella quale i Decanati della Zona pastorale I hanno consegnato i loro documenti, l'Arcivescovo ha ricordato che «i tanti "cantieri aperti" della Diocesi divengono l'unico vero "cantiere": quello della novità evangelica»

di Annamaria BRACCINI
Redazione

È una con visione d’insieme del ruolo, della responsabilità e del valore profetico di cristiani capaci di coltivare una vera passione ecclesiale, che il cardinale Tettamanzi ha voluto delineare l’orizzonte di riferimento nel quale impegnarsi per una Chiesa viva e missionaria. Parole, le sue, tanto più significative perché pronunciate nella Basilica di sant’Ambrogio, durante la consegna della Carta di comunione per la missione e della Regola di vita dei presbiteri e dei diaconi della Zona Pastorale I, quella della città di Milano. La metropoli secolarizzata, lo spazio dove i conflitti sono e si fanno più acuti, dove – a dirlo con chiarezza è, in apertura, il vicario episcopale di Zona e abate di Sant’Ambrogio, mons. Erminio De Scalzi – «l’evangelizzazione deve fare i conti con una cultura che sembra indifferente alla trascendenza e con una domanda religiosa che rimane lontana dal Vangelo e spesso vuole fare a meno della Chiesa».
Da qui la necessità di una precisa «conversione spirituale», la chiede sempre De Scalzi, nella consapevolezza della grande risorsa, specie nei quartieri di periferia, che ancora rappresentano le parrocchie intuite come «chiesa dove nessuno è straniero». Perché è di fronte a queste sfide della modernità – l’immigrazione, la nuova evangelizzazione, il disagio delle vecchie e nuove povertà, in una parola di tutti quelli che il Cardinale ha più volte definito “gli invisibili” della città – che occorre interrogarsi, nella scia di quanto già proposto in passato e con un nuovo slancio di sintesi.
Così il pensiero dell’Arcivescovo torna al Sinodo 47° e alle sue Costituzioni con il riferimento alla pastorale d’insieme, e alle più recenti visite compiute dall’Arcivescovo a 67 decanati sui 74 esistenti in diocesi. Ormai un “ quadro” pressoché completo della geografia ecclesiale in terra ambrosiana. «Assistiamo – sottolinea Tettamanzi – a un sano pluralismo ecclesiale che richiede uno sguardo aperto sulla totalità della nostra Chiesa, che sia insieme attento alla concretezza localistica e a una prospettiva più ampia».
Ampia come è la diocesi nel suo complesso e, in specifico, la zona I, con i suoi 21 decanati, 170 parrocchie, per un totale di 1.294.000 abitanti. Un “popolo”, anche se certamente meno “di Dio” di un tempo, che ha, comunque, bisogno di comunione, nel senso reale di fraternità; di missione, con l’urgenza che il Vangelo sia accolto, testimoniato e celebrato; di spiritualità. È con questa visione «dell’essere pietre vive della Chiesa che i tanti suoi “cantieri aperti” divengono l’unico vero “cantiere”: quello della novità evangelica», cui il Cardinale invita a guardare in una logica di corresponsabilità, con il “tutti responsabili di tutti”, che è un’espressione della Sollicitudo rei sociali, a lui carissima, e nel segno dell’“amicizia” cristiana. Insomma, con gli occhi rivolti al crocifisso – e il riferimento in questo anno “carolino” è, naturalmente, al Borromeo – e alle tante croci di oggi, «al volto sofferente delle donne e degli uomini in cui si incarna nella nostra società il crocifisso di Cristo».
Ovvia, in un tale contesto, l’importanza operativa della Carta di comunione e della Regola di vita espresse dai decanati, dai laici, dai presbiteri e dai diaconi, in una sinergia di corresponsabilità ecclesiale. Non punto di arrivo, ma semmai di ripartenza coraggiosa e missionaria.

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