Al Museo Diocesano il cardinale Scola ha incontro i responsabili di università, centri culturali, musei, giornalismo, editoria e spettacolo. Gli interventi di Enrico Decleva, Gianni Riotta, Giacomo Poretti e Ferruccio Parazzoli.

Luca FRIGERIO

Morazzone Giacobbe lotta con l'angelo

«Tenacemente ho voluto incontrarvi, perchè ho bisogno dell’aiuto di tutti voi». Lo dice con semplicità, senza enfasi, il cardinale Angelo Scola, ma non si tratta di un saluto di circostanza. Quanti affollano il salone del Museo Diocesano – come coloro che, non avendovi trovato posto, assistono davanti al maxischermo nel chiostro – percepiscono con immediatezza la crucialità del momento. Quasi il primo passo di un cammino da percorrere insieme. Da continuare, insieme.

Due giorni dopo aver incontrato il mondo della “fragilità”, infatti, giovedì 29 settembre il nuovo arcivescovo di Milano ha voluto ascoltare e dialogare («Soprattutto negli anni a Venezia ho capito che in nessun testo si possono trovare stimoli e risposte come parlando direttamente con le persone», ha confessato) con i protagonisti ambrosiani della cultura, dello spettacolo e della comunicazione. In una serata che ha visto la partecipazione dei responsabili delle università milanesi, dei musei, delle imprese editoriali, dei centri e delle fondazioni culturali, come anche i direttori e i responsabili delle redazioni giornalistiche (di tv, radio e carta stampata), attori e dirigenti teatrali, esponenti delle variegate realtà artistiche e creative della metropoli.

«Forze vitali della società», le ha definite monsignor Franco Giulio Brambilla aprendo l’incontro, e sottolineando come l’impegno culturale di Milano si ponga tutt’oggi a livelli di eccellenza. Un impegno, tuttavia, ha affermato il Vicario episcopale per il settore della cultura, che non può mai essere dato per scontato e che anzi necessita, parafrasando le parole di papa Montini, «di un supplemento d’animo per uno slancio ideale sempre nuovo».

“Slancio” evocato per via simbolica, e perfino quasi fisica, dal mirabile dipinto del Morazzone raffigurante la lotta di Giacobbe con l’angelo del Signore, gemma del Museo Diocesano (che si appresta a festeggiare i suoi primi dieci anni di attività), e che è stato posto quale “icona” della serata, come ha spiegato con accento ispirato il direttore Paolo Biscottini: «Ognuno di noi in qualche modo è chiamato a lottare con il Mistero dell’esistenza, nel buio della notte. Ma per chi cerca e non si arrende, il nuovo giorno porta l’annuncio della Verità».

Enrico Decleva, rettore dell’Università degli studi, ha quindi dato inizio agli interventi mirati a offrire un quadro della realtà culturale milanese al neo-vescovo ambrosiano. E lo ha fatto «a nome di tutta la Milano universitaria», un sistema che non ha pari in Italia per articolazione, offerta e numeri (circa 180mila studenti, diecimila docenti e altrettanti fra tecnici e amministrativi). E ciò nonostante, ha osservato Decleva, a volte sembra che non ci si ricordi che il primato milanese in campo produttivo, imprenditoriale o sanitario, ad esempio, «è dovuto proprio all’eccellenza degli atenei di Milano». Ricordando poi l’ammonimento di Cesare Correnti («Se Milano non diventa la città più civile, rischierà di diventare la più villana»), il rettore ha rimarcato con forza come sia irrinuciabile il rapporto fra sviluppo e cultura. Rapporto che deve necessariamente basarsi sull’apporto di tutte le realtà, culturali e produttive, ognuna operando nel suo ambito specifico, ma tutte cooperando insieme secondo una comune prospettiva.

È stata poi la volta del giornalista e scrittore Gianni Riotta, attuale editorialista de La Stampa, che ha efficamente ricordato i pregi e i difetti della metropoli milanese, i motivi per cui è amata e celebrata (soprattutto all’estero), ma anche i pericoli di chiusura e di egoismo che sono in agguato. Con un invito appassionato al cardinal Scola a continuare nella linea dei suoi predecessori sulla cattedra di Ambrogio, sempre a difesa cioè dei più deboli, dei poveri e degli emarginati, «affinchè nessuno in questa città si senta respinto dalla Chiesa, ma tutti siano ancora una volta ascoltati e accompagnati».

Parlando per terzo, Giacomo Poretti, attore, sceneggiatore e regista, membro dell’amatissimo trio comico di Aldo, Giovanni e Giacomo, con la sua consueta verve ha strappato risate e applausi ai presenti (arcivescovo compreso) raccontando del suo incontro con Milano («Fu amore a prima vista…») e con i sacerdoti ambrosiani («Qui mi ci è voluto un po’ più di tempo…»). Ma soprattutto illustrando con ironia le “amabili” contraddizioni di questa incredibile città, così generosa ma a volte anche così bauscia. E facendosi infine serissimo nel ricordare all’arcivescovo la passione educativa, toccata con mano dallo stesso Giacomo, di tantissimi oratori e di tantissimi  preti diocesani.

Ferruccio Parazzoli, da mezzo secolo protagonista della grande editoria milanese, ha quindi chiuso il giro degli interventi proponendo come un’analogia fra il “mestiere” dello scrittore e quello del vescovo, entrambi chiamati a conoscere direttamente e personalmente i mille volti del “loro” territorio. Parazzoli, in particolare, ha evidenziato come il profondo malessere della nostra società nasca dall’assenza di senso e di progettualità, «cosicchè ci si riduce a vivere per istinto o per convenienza, senza neppure più sapere perchè si ama o perchè si soffre». Una perdita della “dimensione verticale”, l’ha definita lo scrittore, che si riflette anche in campo culturale, dove sembra mancare il desiderio di approfondire veramente i temi fondamentali dell’uomo. Occorrono allora per Milano, ha concluso Parazzoli, punti di riferimento come lo sono stati, ad esempio, Turoldo, Giussani e Martini. In una “apologia del rischio” che significa non avere paura dei cambiamenti né, soprattutto, di annunciare la verità.

Parole che sono molto piaciute al cardinale Angelo Scola, che reagendo a caldo le ha subito riprese facendole sue, perché, ha ricordato, «la libertà non esiste senza rischio». Così come ha appassionatamente dichiarato di sentire davvero “sua” questa città di Milano, intuita da bambino nei racconti dell’immediato dopoguerra, vissuta pienamente negli anni degli studi universitari. «Oggi sento veramente di essere tornato a casa», ha confessato il nuovo vescovo, chiedendo ancora una volta la collaborazione di tutti in questo servizio a cui è stato chiamato («perchè o è collettivo o non è»).

Ecco, procedere insieme, seppur ciascuno con il proprio carisma e seconda la propria specificità, sembra essere già la linea guida indicata alle molteplici realtà presenti nella diocesi, a maggior ragione in ambito culturale e comunicativo. Nel reciproco  rispetto delle differenze, ma offrendo sempre, come cristiani, quel solido fondamento così necessario, in questa società così fluida, per un proficuo confronto. All’insegna, in una parola, di quel “compromesso nobile”, che potrà dare senso autentico al vivere civile e fare di Milano un’oasi, immagine quanto mai evocativa, di dialogo.

Già, a cominciare proprio da questa occasione. «Con questo incontro cercavo un dialogo profondo», ha concluso il cardinal Scola. «E ringrazio tutti voi perchè lo è stato davvero».

 

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