Giorgio Del Zanna, presidente della Comunità di Sant’Egidio: «Non è solo una rievocazione del passato, ma un momento per riflettere sulla sua preziosa eredità del Vaticano II per noi oggi»

di Marta VALAGUSSA

Giorgio Del Zanna

«L’idea di una veglia per ricordare l’apertura del Concilio Vaticano II nasce per iniziativa dell’Azione Cattolica, che ha voluto coinvolgere diverse realtà, associazioni e movimenti per questa occasione – così Giorgio Del Zanna, presidente della Comunità di Sant’Egidio, presenta la Veglia dell’11 ottobre in Sant’Ambrogio -. Non si tratta semplicemente di una rievocazione del passato, ma di un momento per riflettere sul Concilio Vaticano II e sulla sua preziosa eredità per noi oggi. La veglia è solo un primo step. Si sta aprendo un tempo in cui tornare a riflettere sul Concilio per trarre da esso, come lo scriba saggio del Vangelo, cose antiche e cose nuove che possano aiutare i cristiani a guardare con fiducia al futuro e ridare speranza a tanti, in questa stagione così difficile.

Come vivrà l’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI la Comunità di Sant’Egidio?
In questo tempo segnato dalla crisi e da un senso diffuso di rassegnazione c’è bisogno di comunicare con più forza e generosità la Parola di Dio, che invita gli uomini e le donne di oggi a guardare gli altri e il mondo con uno sguardo e sentimenti diversi da quelli abituali. L’Anno della Fede deve essere un tempo di comunicazione appassionata della Parola, ai vicini e ai lontani, a quanti sono sfiduciati e a quelli che cercano un orientamento, come i giovani. La fede rinasce dall’ascolto della Parola. Penso alla grande eredità lasciata dal cardinale Martini che non va sprecata, ma ricompresa: se vogliamo che cresca la fede, bisogna prendere in mano la Bibbia e aiutare gli altri a fare altrettanto.

Quali sono i passi da compiere in questo cammino, secondo la direzione del Vaticano II?
Il Concilio Vaticano II ha dato centralità alla parola di Dio, una Chiesa-popolo riunita nella liturgia, ma anche nella tensione a rispondere alle domande dell’umanità contemporanea. Da qui il dialogo con tutti. Il Concilio ha sognato una «Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri», come disse Giovanni XXIII. Bisogna partire da qui, dalle parole e dallo spirito del Concilio. Nella Porta Fidei Benedetto XVI sottolinea la connessione profonda tra fede e carità. C’è una circolarità tra preghiera e diaconìa, tra ascolto della parola di Dio e amicizia con i più deboli e fragili, tra fede e carità. Riusciremo ad avvicinare gli altri a Dio, se li aiuteremo ad avvicinarsi ai poveri.

Come può un fedele ambrosiano avvicinarsi all’insegnamento del Concilio?
Il Concilio fu un grande momento di comunione della Chiesa, non attorno a se stessa, ma davanti alle grandi domande della storia. Vescovi di ogni angolo della terra si interrogarono su come dovesse essere la Chiesa nel mondo contemporaneo. Guardando «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes, n°1). Facendosi guidare e ispirare dalla parola di Dio. Oggi dobbiamo chiederci, a partire dal Vangelo, quali sono le domande che salgono dagli uomini del nostro tempo, quali le speranze e le angosce che vivono e come possiamo, da cristiani, trovare risposte. I testi del Concilio vanno conosciuti, letti, rimeditati. Non ci si può fermare ad una comprensione solo intellettuale. La cultura del Concilio deve tradursi in un nuovo slancio di estroversione dei cristiani verso gli altri.

Come immagina la Chiesa di Milano tra 20 anni?
Non saprei, ma credo che il Concilio debba restare un riferimento cruciale per aiutarci a vivere da cristiani in questo nuovo secolo. Giovanni Paolo II ha affermato che «la storia è ricca di sorprese». Abbiamo visto in questi mesi grandi cambiamenti in Nord Africa, prima impensabili. Gente comune, soprattutto giovane, ha sognato e lottato per cambiare una situazione che sembrava immutabile. Si è parlato di “primavera araba”. Forse, se facessimo nostro in modo nuovo e creativo lo spirito del Concilio, potrebbe aprirsi un tempo diverso per la città di Milano, una nuova “primavera cristiana” nella quale ritrovare le ragioni della speranza, dell’incontro e della solidarietà.

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