Il vaticanista de “La Stampa” racconta l’emozione provata nella conversazione col Papa alla base del libro edito da Piemme e sottolinea il risvolto anche sociale e “politico” della misericordia

di Pino NARDI

Tornielli Papa

«Il valore del libro sta nelle risposte del Papa. Da queste si percepisce come, soprattutto in quest’anno, ci sia una grande possibilità, una porta aperta, un Dio che ti attende, anzi che ti precede, che cerca davvero di poterti avvicinare e abbracciare». Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e curatore del sito Vatican Insider, con una punta di emozione racconta la sua esperienza con papa Francesco nella conversazione pubblicata nel volume Il nome di Dio è misericordia (Piemme, 109 pagine, 15 euro; in ebook a 9.99), uscito in questi giorni in contemporanea in 86 Paesi. Il libro sarà presentato a Milano insieme al cardinale Scola giovedì 21 gennaio.

Tornielli, nella presentazione in Vaticano padre Lombardi ha detto che la misericordia è “il” tema del Pontificato di papa Francesco. È corretta questa lettura?
Credo proprio di sì. La misericordia è certamente uno dei temi cardine del suo Pontificato fin da quel primo Angelus, dopo la prima Messa celebrata col popolo. L’osservazione di padre Lombardi è azzeccatissima. Devo dire che il Giubileo è stata una sorpresa, nel senso di inatteso, ma non sorprendente per il tema, perché la misericordia è stata centrale fin dall’inizio del Pontificato>.

Qual è il messaggio fondamentale di Francesco per la persona e per la società?
Per la persona quello che emerge è il volto della tenerezza di Dio, di un Dio che cerca in tutti i modi di venirci incontro sfruttando qualsiasi spiraglio per poterci donare il suo perdono. L’altro aspetto è il risvolto sociale e anche “politico” del tema del perdono e della misericordia: se uno ha fatto questa esperienza, può cercare di restituire qualche pezzetto del dono enorme che ha ricevuto nei rapporti con le altre persone. Mi ha sempre colpito – e questo il Papa lo cita nel libro – che all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle Giovanni Paolo II aveva detto che non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. Dunque il perdono e la misericordia sono elementi essenziali perché ci sia vera giustizia. Se pensiamo anche alla situazione attuale del mondo, alla spirale di violenza, se non c’è la disponibilità a fare un passo indietro, anche senza ottenere la totale soddisfazione rispetto ai torti subiti, non è possibile la pace, la vera giustizia.

Uno dei passaggi sottolineati dal Papa è la corruzione, come elemento inquinante nei rapporti tra le persone e nella società…
Sì, anche se devo dire che, pur facendo un esempio di doppia vita – in cui c’è la corruzione nel senso di un certo tipo di disonestà – a me sembra che il tema sia ancora più profondo. Quando il Papa parla di corruzione non intende solo uno specifico peccato che ha a che fare con la sopraffazione e con i soldi, ma intende marcare la distanza tra due atteggiamenti. Dice: «Peccatori sì, corrotti no», a prescindere dal tipo e dalla quantità di peccati. Cosa significa? Cambia l’atteggiamento. Il peccatore è colui che è umile e riconosce di essere peccatore, capisce di aver bisogno di aiuto e di dover chiedere perdono. Dio perdona sempre, questo il Papa lo spiega a partire dal Vangelo, quando Pietro chiese a Gesù: «Quanto bisogna perdonare? Settanta volte sette». Il peccatore è uno che, grazie alla misericordia di Dio e al perdono, riparte sempre. Mentre invece il corrotto è colui che trasforma il suo peccato in un abito mentale e alla fine giustifica se stesso. Il peccatore è umile, il corrotto è superbo, il peccatore capisce di aver bisogno, il corrotto alla fine si crea un sistema per cui c’è una doppia vita e sembra che il peccato non sia più tale, è diventata un’abitudine mentale.

Nella presentazione del libro in Vaticano Roberto Benigni ha sottolineato la dimensione della gioia del cristianesimo, spesso nascosta dai cristiani, invitando a diffidare degli infelici…
A me ha colpito innanzitutto che, a proposito della gioia, abbia citato Benedetto XVI. Credo che quando lui dice di diffidare degli infelici intende quelli che non riescono a mostrare gioia. Anche in tante situazioni difficili ci può essere serenità o comunque capacità di vivere realtà terribili. Il fatto che Dio ti ama e ti abbraccia è all’origine della gioia cristiana e in questo senso credo sia bella la sottolineatura di Benigni.

Un libro rivolto a tutti, non solo ai credenti. Un non credente o comunque tiepido come può essere interrogato dalle parole del Papa?
Ovviamente il libro non è un documento o una riflessione teologica, perché c’è di mezzo un piccolo giornalista che fa le domande. Però credo che il valore delle risposte è il carattere esperienziale, come il Papa stesso ha detto quando siamo andati a portargli il libro. Significa che parla di quella che è stata la misericordia per lui da giovane, da sacerdote e poi da vescovo. In questo senso credo possa avere un interesse al di là dei credenti, il modo in cui attraverso la vita di un uomo si riesce a capire come si viene a contatto con il grande mistero della misericordia.

Da giornalista cosa si prova a intervistare il Papa per scrivere un libro?
Almeno da parte mia, un senso di totale inadeguatezza. È stato un regalo enorme aver potuto fare l’intervista: io ho semplicemente schiacciato i tasti di tre registratori e balbettato delle domande…

 

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