Parlano i tre sacerdoti nord-irlandesi artefici di un autentico boom discografico con le loro interpretazioni di arie sacre e brani classici e protagonisti del concerto di domenica 1 luglio in San Marco

di Ylenia SPINELLI

The Priests

Tre stelle della musica, ma prima di tutto tre sacerdoti. A sottolinearlo è il loro stesso nome d’arte, The Priests, che fa tutt’uno con la loro vocazione. Sono padre Eugene O’Hagan, suo fratello padre Martin e padre David Delargy, i tre preti-cantanti nord irlandesi che con la loro voce sono diventati famosi in tutto il mondo, vincendo numerosi premi. Nel 2008, data d’uscita del loro primo album, sono entrati nel Guinness dei Primati per aver raggiunto in pochissimo tempo il maggior numero di vendite di un album di debutto di musica classica.

Domenica 1 luglio, alle 21.15, anche il pubblico milanese potrà apprezzare la loro voce, in occasione del concerto di arie sacre e brani classici che terranno nella Basilica di San Marco, nell’ambito delle celebrazioni in onore di San Colombano. Ad accompagnare i The Priests sarà l’Orchestra da Camera Milano Classica, diretta da Michele Fedrigotti e il coro Cantus Januae con il maestro Luca Dellacasa.

«Sarà un’opportunità per ricordare con tutte le comunità colombaniane riunite a Milano il santo originario della nostra Diocesi, quella di Down Connor – sottolinea padre Eugene, facendosi portavoce del gruppo -, ma anche per elevare a Dio la nostra preghiera in musica».

È grazie al canto che è nata la vostra vocazione?
Sì, possiamo dire che attraverso la musica Dio ci ha chiamato. La musica è il linguaggio dell’anima, è stata la nostra prima esperienza di fede. La passione per il canto ci accomuna sin da bambini: insieme cantiamo da quando frequentavamo il St. Mac Nissi’s College, abbiamo poi proseguito nello stesso coro negli anni dell’università e negli anni di studio a Roma. Poi, nel 2008, la svolta…

Come avete avuto il contratto con la Sony?
Cercavano un sacerdote per un disco della Chiesa cattolica di rito Tridentino, ma invece di trovarne uno, ne hanno trovati tre. È così che è nato il nostro primo album, The Priests. Il resto, ovvero gli altri due (Harmony, 2009) e (Noel, 2010) e il successo, è venuto in maniera inaspettata.

Come conciliate gli impegni musicali con quelli in parrocchia?
Non è semplice, ma finora ci siamo sempre riusciti. Inoltre il contratto con la casa discografica ha una clausola speciale: il calendario dei nostri tour deve infatti tenere conto dei nostri impegni pastorali nelle tre parrocchie di competenza. Per questo, dopo i recenti concerti in America e dopo questo di Milano, i prossimi saranno tutti in Irlanda.

Come l’hanno presa i vostri parrocchiani?
Pensiamo siano contenti… Il parroco di una parrocchia è come un padre di famiglia: se lui è felice, può rendere partecipi tutti della sua gioia. Noi cerchiamo di trasmettere anche con il canto la Parola di Dio e i soldi che ricaviamo dalla musica li devolviamo in beneficenza.

Cantano tutti nelle vostre parrocchie?
La tradizione della nostra Chiesa cattolica, a differenza di quella protestante, non prevede il canto degli inni, ma per fortuna le cose ultimamente stanno cambiando.

La vostra musica può essere uno strumento non solo di evangelizzazione, ma anche di riappacificazione con i protestanti?
Certo! Ed è una cosa molto bella. Tante volte abbiamo cantato con i protestanti e il primo ponte lo ha creato non la religione, ma la musica.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Ci hanno proposto un nuovo disco legato al progetto di un film con attori che, interpretandoci, dovrebbero raccontare la nostra storia e quella della nostra Chiesa. Ne saremmo lieti, perché pensiamo possa essere  un ulteriore strumento di evangelizzazione.

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