Il Vicario generale monsignor Mario Delpini riflette sulla lettera pastorale “Alla scoperta del Dio vicino”, presentata dal cardinale Scola durante il Pontificale dell’8 settembre

di Pino NARDI

Monsignor Mario Delpini

«La proposta di questa lettera pastorale è di aprirsi allo stupore, di lasciarsi avvolgere dalla luce, di trovare la consolazione della comunione che salva». Monsignor Mario Delpini, Vicario generale della Diocesi di Milano, presenta così la lettera pastorale del cardinale Angelo Scola, dal titolo Alla scoperta del Dio vicino.

Monsignor Delpini, qual è il messaggio fondamentale proposto dall’Arcivescovo?
Una lettera pastorale è un atto di magistero che deve favorire una “grammatica comune” tra i battezzati della nostra Chiesa. Queste parole un po’ astratte intendono attirare l’attenzione e l’impegno di tutta la comunità cristiana sul suo compito: proporre e rendere praticabile per tutti l’incontro con il Signore che salva. Il Cardinale Arcivescovo invita ogni battezzato e ogni comunità a fare propria l’invocazione del padre del figlio malato, che prega: «Credo. Aiuta la mia incredulità!». Dalla fede, dalla grazia della fede, si parte per un cammino di fede. Non si comincia sempre da capo, eppure si deve sempre riprendere il cammino. E tutti sono chiamati a fare dell’invocazione il proprio sospiro, il proprio desiderio, la grazia sperata. Tutti: le famiglie, i giovani, i consacrati, i cristiani presenti nella società plurale.

Una lettera pastorale «per tutti i battezzati e per quanti vorranno accoglierla»: quindi i destinatari vanno oltre la comunità cristiana?
La missione della Chiesa è sempre oltre i propri confini. L’Arcivescovo vuole offrire a tutti una parola, continuando la tradizione dei vescovi milanesi che hanno sempre sentito la responsabilità di essere al servizio di tutti, non solo dei fedeli praticanti. In coloro che hanno incontrato il Signore Gesù c’è infatti la persuasione che le questioni decisive per la vita della gente del nostro tempo e di tutti i tempi trovano un interlocutore credibile e una affidabile promessa nella Parola che ascoltiamo, nel mistero che celebriamo, nella carità che pratichiamo.

Come andrà utilizzata questa lettera?
L’intenzione dell’Arcivescovo è che la lettera pastorale si presenti con la caratteristica della levità. Una presenza discreta: per chi ne ha desiderio c’è una parola buona, una provocazione a pensare e a mettersi in gioco. Un argomentare pacato: per chi ne raccoglie lo svolgimento è offerta una pista per un convergere sull’essenziale e trovarlo ragionevole. Una indicazione leggera: non un cumulo di iniziative che si aggiunge alla pratica pastorale ordinaria, ma l’invito a ricondurre alla semplicità la vita delle comunità cristiane, alla semplicità e alla letizia. Perciò la lettera pastorale può essere utilizzata come strumento per una riflessione personale sulla propria fede e sul proprio desiderio di essere aiutato a credere. Può essere usata nelle comunità cristiane come un punto di riferimento per convergere su interrogativi e per qualificare iniziative già programmate allo scopo di rileggere il Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa cattolica.

L’Arcivescovo indica alcune tappe del cammino comune diocesano e invita parrocchie, associazioni e movimenti a partecipare in modo unitario, «perché sia visibile la comunione nella pluriformità». Nello specifico, quali sono queste tappe?
Non si tratta di vere e proprie tappe di un cammino. Si tratta di alcuni appuntamenti diocesani che invitano a convergere per essere insieme nella preghiera e nella professione della fede, come sono i pellegrinaggi a Lourdes in settembre e a Roma in aprile. Si tratta di alcune attenzioni specifiche che sono rivolte al clero, invitato a incontrare l’Arcivescovo nelle zone pastorali, per riprendere gli interrogativi sulla fede che preti, diaconi, religiosi sentono come provocazioni a verificare, cioè a rendere vero il loro cammino di cristiani. Si tratta di una cura per accompagnare l’ingresso nella vita di fede dei catecumeni e dei giovani. “Varcare la soglia” è la proposta che invita i giovani a mettersi in gioco per fare della loro vita una risposta al Signore che chiama all’incontro e alla sequela. Si tratta di una condivisione della responsabilità che tutte le confessioni cristiane sentono di annunciare ancora e sempre che Cristo è Signore.

Dio dunque è vicino?
La verità sorprendente e consolante del nostro vivere è che Dio è vicino. Forse molti nostri contemporanei ignorano Dio o disperano di incontrarlo o non se ne curano. Francamente ne rimango sempre sconcertato. La comunità cristiana, oggi come al principio, continua ad essere presente nella storia degli uomini, per essere un segno, per dare testimonianza di una vita che si lascia trasfigurare dalla presenza di Dio. In questo senso la vita cristiana conserva quel ruolo di essere lievito che contribuisce all’edificazione del vivere insieme della società come vita buona. Anche la celebrazione del ricordo dell’editto di Costantino del 313 sarà occasione pure per questo, per considerare il bene che fa alla società la presenza della comunità dei credenti.

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