L'ente diocesano, che dagli anni Sessanta accoglie ragazzi senza genitori provenienti da Paesi extra Ue, chiede aiuto: durante l'estate il compito della Comunità diventa più arduo

di Cristina CONTI

Un aiuto concreto per i ragazzi immigrati. È la Casa del giovane "La Madonnina”, un ente diocesano che, a partire da un intuizione del sacerdote don Abramo Martignoni, dagli anni Cinquanta si occupa di assistenza ai giovani.

«All’inizio si è trattato di dare alloggio a ragazzi che migravano in Lombardia, prima dal Veneto e poi dal sud della Penisola: sono nati così gli edifici della “Casa dello studente” e della “Casa del lavoratore”, all’interno dell’ampio complesso di via Falck 28 a Milano, che ospita altre due palazzine, oltre a un ampio parco e a una struttura sportiva», spiega il presidente padre Enrico Beati.

A partire dagli anni Sessanta l’attenzione della Fondazione si è concentrata su adolescenti provenienti da Paesi extra Ue, senza genitori, affidati dai Comuni o dal Ministero. «Il periodo di permanenza va da pochi mesi a un massimo di tre, quattro anni – spiega padre Beati -. Diamo alloggio e sostentamento ai ragazzi, facciamo regolarizzare i documenti, offriamo una prima alfabetizzazione, un percorso di istruzione e cerchiamo di favorire l’inserimento lavorativo dei minori». Per rispondere a questa finalità, operano in Fondazione una trentina di educatori, un direttore, uno psicologo, 3 segretarie, 4 addetti alla logistica, mentre del servizio mensa si occupa una società esterna. Vi è poi un Consiglio di amministrazione e un Collegio dei revisori per la gestione dell’ente, nominati dall’Arcivescovo.

Maschi, tra i 14 e i 17 anni, provenienti da Egitto, Marocco, Albania, Kosovo e Bangladesh. Questo l’identikit di chi viene accolto nella struttura. Ragazzi che arrivano da zone di profonda povertà e da famiglie molto indigenti, che si sono indebitate e hanno venduto i pochi beni che possedevano per dare ai loro figli una speranza di vita migliore. Giovani che hanno un unico desiderio: lavorare per dare una mano a chi è rimasto nel Paese d’origine. «Questi ragazzi hanno affrontato lunghe e pericolose traversate, con i mezzi di trasporto più improbabili, accompagnati da trafficanti privi di scrupoli – dice padre Beati -. Molti raccontano tra le lacrime i soprusi e le difficoltà vissute nel tragitto. Alcuni hanno rischiato la vita cadendo in mare, altri hanno perso i loro amici. La vita, nonostante la giovane età, li ha resi drammaticamente adulti e, spesso, “difficili”».

Durante l’estate, quando scuole, corsi professionali, centri sportivi e oratori chiudono, il compito della Fondazione diventa più arduo. «Ci troviamo a dover gestire i 50 ragazzi con le sole nostre forze. Cerchiamo di organizzare attività ricreative, tornei, corsi di prima alfabetizzazione e laboratori, brevi periodi di vacanza, gite o semplici giornate nelle piscine comunali, tanto per contrastare le calde giornate d’agosto», racconta Andrea Piras, responsabile della Comunità.

Tanti i modi per aiutare la Fondazione, a cui chiunque può contribuire: dal volontariato accanto gli educatori ai contributi economici per vacanze e gite, dal materiale per le attività ricreative (tavoli da ping pong, calcio balilla, palloni, scacchi e dame, giochi in scatola…) fino alla disponibilità di artigiani e aziende aperti in agosto per i tirocini dei ragazzi che in inverno frequentano corsi professionali. «Stiamo vivendo una stagione ecclesiale che certamente ci entusiasma: con il costante e forte invito di Papa Francesco a raggiungere le periferie e la proposta del nostro Arcivescovo a percepire che “il campo è il mondo” – aggiunge padre Beati -. Chiediamo perciò a tutti quelli che possono e vogliono, nei limiti delle loro possibilità, di accompagnare la nostra opera con un sostegno concreto».

Per contribuire attraverso bonifico: Iban IT39W0521601614000000005447 (Credito Valtellinese).

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