Il ricordo di Jean Thierry Ebogo nelle parole di chi l’ha conosciuto a Legnano e ha avuto cambiata la vita in seguito a quell’incontro

di Marion GUGLIELMETTI

Fra Jean Thierry

Non mi piace avere fotografie in giro per casa. Non mi è mai piaciuto. Eppure, nella mia camera, sulla scrivania, una foto c’è. È l’unica. Un letto di ospedale e tre persone: Jean, la sua mamma e io. Jean Thierry Ebogo è un giovane frate carmelitano che ho avuto la fortuna di incontrare nel novembre del 2005 a Legnano. Un incontro casuale che mi ha cambiato la vita. Da subito ho pensato di trovarmi davanti a un “bambino santo”.

Jean arriva dal Camerun per trovare cure più specifiche per la sua malattia e per iniziare il noviziato nel convento dei Carmelitani Scalzi di Concesa. Ha 23 anni, è scuro di pelle, parla francese e italiano. Dopo una serie di esami negativi si ritrova ricoverato in ospedale a Legnano per essere aiutato attraverso la terapia del dolore ad affrontare l’ultima tappa della sua vita. È solo. In parrocchia raccontano la sua storia, esortandoci ad andarlo a trovare. Avevo paura di non essere all’altezza della situazione. Un coetaneo, ma pur sempre uno sconosciuto, e poi malato. Cosa avrei potuto dirgli? Eppure, sentivo una spinta che mi diceva di andare. Una volta in ospedale, trovata la stanza, sono rimasta fuori per almeno dieci minuti. Alla fine ho preso coraggio e sono entrata. Immaginavo tutto tranne un viso tondo, sorridente con due occhioni che mi guardavano, come se mi conoscessero da sempre. Mi sono sentita subito accolta. Ci siamo presentati e abbiamo iniziato a parlare. E così, quasi tutti i pomeriggi: mi rendevo sempre più conto che non era Jean ad avere bisogno di me, ma io di lui. Non riuscivo a farne a meno.

Certe volte chiacchieravamo, altre restavamo in silenzio, altre ancora pregavamo. Lui soffriva. Si vedeva. Ma non lo diceva mai. Si limitava a chiedere un po’ d’acqua. Si è sempre trattenuto dal lamentarsi, addirittura stava anche alcune ore senza copertura analgesica, sopportando un dolore pazzesco perché non voleva disturbare neppure gli infermieri. Mascherava la sua sofferenza per non far soffrire chi gli stava accanto, anche se era lì per curarlo.

Sorrideva sempre a tutti per far capire la sua gratitudine per quello che facevano per lui. A volte distoglieva lo sguardo quando si parlava, sembrava immergesse tutto se stesso nel Signore. Si intuiva ubbidienza alla volontà di Dio. Determinazione a un’offerta totale, ripetuta al manifestarsi di ogni nuovo dolore. La sua offerta con la supplica di essere accompagnato nell’accettazione, supplica di ricevere la forza necessaria per vivere l’invincibile, incomprensibile, assurdo, non senso, soprattutto per un ragazzo che aveva grandi progetti. E dignità immensa, pace, abbandono assoluto a quell’Amore che viveva in lui. Dio operava attraverso il «sì» di Jean che in modo semplice e commovente mi ha testimoniato quanto può essere grande un uomo che, amando Dio, gli spalanca il cuore e accetta tutto, anche se desidererebbe altro. Con Jean si poteva scherzare, riflettere e pregare. Pregare con lui era di un’intensità mai provata prima. «Quando due o più persone sono riunite nel mio nome, io sono in mezzo a loro», diceva Gesù. Gesù era lì. Gesù era davanti a me.

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