Parla il teologo che il 10 febbraio interverrà al convegno internazionale organizzato dal Comitato Cei per il progetto culturale

di Maria Michela NICOLAIS

Pierangelo Sequeri

«È l’incanto che fa la differenza». Ne è convinto Pierangelo Sequeri, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Facoltà dell’Italia Settentrionale e di estetica teologica all’Accademia delle Belle Arti di Brera, tra i relatori dell’evento internazionale “Gesù nostro contemporaneo”, in programma a Roma dal 9 all’11 febbraio per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale. «Tutti noi – spiega il teologo – abbiamo bisogno di sapere se le nostre affezioni, le cose a cui teniamo di più – persone, idee o convinzioni – hanno un lògos, un destino. La consapevolezza della fede cristiana viene sempre dopo che abbiamo trovato abbastanza lògos, parola, sguardo, espressione da poter dire a noi stessi: “Sento che questa persona tiene a me, che quest’idea vale anche il prezzo di molti sacrifici”».

Sta qui l’“incanto”, di cui l’espressione massima è la figura di Gesù. E noi? Siamo all’altezza di questa fascinazione, e delle responsabilità che la fede cristiana, incarnata in una testimonianza, comporta nella storia? Possiamo davvero affermare, oggi, che Gesù è “nostro contemporaneo”?
Gesù è inevitabilmente nostro contemporaneo, anche da un punto di vista oggettivo, storico-culturale. Nel mondo, infatti, non c’è nessun dibattito su questioni religiose significative, importanti, che non coinvolga Gesù o non approdi alla questione di Gesù, perché Gesù è il punto di arrivo della rivelazione di Dio che interessa anche le altre religioni, in quanto impone anche a ognuna di esse di cercare al loro interno il proprio significato. In un mondo dove le fedi sono molteplici, anche le altre religioni si sono ormai aperte, in misura più o meno minore, ad una problematica interna sulla loro esistenza, proprio in conseguenza di Gesù. La domanda da porsi, semmai, è se il mondo sia abbastanza “contemporaneo” di Gesù, cioè se la storia è davvero all’altezza di questo avvenimento. La mia impressione è che, oggi, la storia dell’Occidente è spesso al di sotto, forse le converrebbe essere un po’ più contemporanea di Gesù…

«La priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio», ha scritto il Papa a tutti i vescovi del mondo sintetizzando il compito essenziale del suo pontificato. Come realizzarlo?
La realtà da cui bisogna partire è il Regno di Dio: tutti noi siamo avvolti in una specie di grembo, e siamo come il frutto sperato di un concepimento, che attende la sua maturazione, la sua iniziazione, in modo da uscire dal nostro bozzolo, in cui sperimentiamo tutte le possibilità dell’umano, per accedere al grande grembo del Regno di Dio, che è allo stesso tempo dentro e fuori di noi. Gesù, a questo proposito, ci dice due cose: che Lui è il grembo che filtra da ogni poro nella nostra esistenza e nella nostra storia, ma nello stesso tempo che “non va in automatico”, ha bisogno che noi Lo respiriamo. Non c’è per Gesù maggior dignità dell’essere una parte dell’organismo di Dio: questo è l’uomo, e in questo senso il messaggio di Gesù è qualcosa di strepitoso, che ci invita a recuperare il senso del “fronteggiamento” di Dio, di cui ci parlano i primi tre capitoli della Genesi, nei quali risiede a mio avviso il segreto del mondo.

In che senso l’uomo “fronteggia” Dio?
Quando pensiamo all’espressione “immagine di Dio”, sentiamo Dio che respira dietro le nostre spalle, che soffia il suo alito nelle nostre narici. Ma per fare questo, deve prima girarci: il racconto della creazione dell’uomo è dunque un racconto in cui Dio fa un uomo in grado di fronteggiarlo, quindi anche di resistergli, perché secondo Lui non c’è alcuna creatura più bella di così. In altre parole, Dio non vuole essere ‘subìto’, non chiede all’uomo, sua creatura, un atteggiamento passivo: in questo modo, la logica tradizionale del sacro si rompe. Il fatto che l’uomo possa fronteggiare Dio implica per l’uomo la dignità di poter scegliere Dio, e non di subirlo “semplicemente” perché è Lui l’origine del mondo. La differenza, per l’accesso al Regno, consiste quindi nel fatto che ogni volta l’uomo possa dire ‘sì’. Ciò significa che c’è un atto d’amore affidabile, nell’essere venuto al mondo: anche se io, uomo, non capisco fino in fondo, quello che vedo mi basta per dire: “Non ho di meglio.

Tra credenti e non credenti può prevalere il dialogo?
Il dialogo è strettamente necessario quando c’è da vincere una distanza diventata insuperabile, per diffidenza o ignoranza reciproca, nel momento cioè in cui ci si fronteggia ignorandosi. Sono favorevole al dialogo come apertura all’intesa, ma oggi bisogna fare un passo avanti: andare verso la cooperazione, lavorare insieme, ma per lucrare a vicenda vantaggi di credito reciproco. Bisogna lavorare insieme per le generazioni che vengono, perché è una cosa che non fa più nessuno. Se credenti e non credenti si buttassero con generosità in questo compito, qualcosa potrebbe davvero cambiare: i giovani – come ripete spesso anche il Papa – hanno bisogno di sentire che il mondo degli adulti è più cooperativo in questa impresa. Tra le priorità dell’Occidente, la priorità delle priorità deve essere la cura della generazione che viene. In questo senso, la riscoperta del senso autentico della fede, come convinzione e professione di cosa si crede a partire dal Vangelo, e l’emergenza educativa sono due facce della stessa medaglia.

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