All’inizio del mese mariano il Cardinale ha guidato la preghiera del Rosario nel cortile di un popoloso edificio nel Decanato San Siro. In una delle periferie più multietniche della città ha sottolineato le sofferenze di tutti, antichi abitanti e nuovi arrivati

di Annamaria BRACCINI

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«Benvenuto, Eminenza, nel Decanato San Siro. Siamo in tanti stasera a darle, qui, il benvenuto». Don Giovanni Castiglioni, parroco della Beata Vergine Addolorata in San Siro, accoglie così il cardinale Scola: non alle porte della chiesa, ma in uno dei tanti cortili interni ai palazzi popolari della zona.

Ci sono i bambini della scuola Santa Giuliana, molti egiziani, ragazzi copti e musulmani «che vediamo in oratorio», giovani e anziani; non mancano i Cappuccini del vicino convento di piazza Velasquez, le suore impegnate nella pastorale e nell’educazione delle sei parrocchie del Decanato, i sacerdoti col Vicario di Zona 1, monsignor Carlo Faccendini. Molti i bimbi, anche piccolissimi, che si siedono per terra e guardano con curiosità.

È la corte che non ti aspetti, quella di piazza Selinunte 11, angolo via Mar Jonio, in un’area non certo facile per la coabitazione tra etnie diverse e per i disagi di ogni periferia urbana, che in una sera di primavera piena si dà appuntamento per il Rosario con l’Arcivescovo.

Dagli appartamenti dei quattro blocchi dell’edificio – le tipiche “scale” delle case milanesi, non solo popolari – qualcuno è affacciato già da un po’ ai semplici balconi dal piano terra fino al sesto. Una luce, magari portata dal salotto di casa sul davanzale, i fiocchi azzurri, il semplice addobbo luminoso intorno all’edicola centrale della Madonna, fanno da corona alla preghiera dei cinque misteri dolorosi.

Le cinquecento persone – in una mano il Rosario, nell’altra una piccola fiammella -, per la maggioranza in piedi ad affollare anche la piazza, sono l’immagine della “Chiesa in uscita” che va incontro alle vie dell’umano. Verso quel quartiere «complesso» – il più multietnico della città dopo via Padova -, che il Cardinale aveva già conosciuto alal Festa diocesana delle Genti della Pentecoste 2014. «La sua presenza tra noi offre consolazione e ci invita a ritrovare fiducia e speranza», spiega ancora don Castiglioni, indicando l’immagine della Madonna, che fu posta al centro del cortile per ringraziare la Vergine dopo che una bomba, caduta durante la guerra, rimase inesplosa. È la stessa semplice edicola che ancora oggi raccoglie la devozione popolare e davanti alla quale si prega e si riflette.

«Col Rosario, una preghiera semplice, ma profondissima, perché rivolta a una mamma, mi avete dato occasione di trovare riposo. Siamo come gli Apostoli provati e spaventati dopo la tragedia della croce, che trovano nella compagnia di Maria conforto e riescono a passare il tempo della fatica e dell’angoscia che sarà spazzata via dalla risurrezione gloriosa di Gesù – dice subito l’Arcivescovo -. Abbiamo meditato i Misteri del dolore e, allora, come non pensare alle sofferenze di varia natura che toccano nel profondo ciascuno di noi? Chi è malato, chi si trova confuso sul senso della vita, chi fa fatica in famiglia, chi deve affrontare il travaglio di una separazione e della mancanza di fedeltà nel matrimonio, chi ha perso qualcuno di caro…».

Prove – aggiunge – «cui si aggiunge quella sociale, la fatica di non avere il lavoro, di abitare in case talvolta poco accettabili per la decadenza degli edifici stessi, di vivere i grandi cambiamenti in atto nel nostro tempo, perché mai c’è stata nella storia un’epoca di mutamenti così violenti, poiché troppo rapidi e, quindi, necessitanti di adattamenti talora sconvolgenti».

Il riferimento è, naturalmente, all’immigrazione e alla meticciamento della società evidentissimo in queste strade: «L’arrivo dei nostri fratelli da mondi molto diversi, che hanno culture, sensibilità, religioni differenti, ha al suo interno elementi di prova per tutti, anzitutto per loro: basti pensare alla tragedia del Mediterraneo. Anche questa sera abbiamo avuto notizie di morti: stiamo trasformando questo mare di mezzo in una sorta di cimitero. E come non ricordare non solo chi fatica ad arrivare alla fine del mese, ma anche i più di ottocento milioni di persone che non hanno il minimo per vivere…». L’auspicio è che l’Expo possa essere una salutare opportunità di riflessione, «perché non è vero che non si può vincere la fame: è che non c’è la volontà politica per farlo». Non manca anche un richiamo alla Chiesa, talvolta provata anch’essa «dalla reciproca incomprensione e dalla difficoltà a chiedere scusa e a mantenere rapporti di fraternità tra noi».

Tutto ciò, insomma, che il Cardinale invita a «mettere ai piedi della Madonnina che è capace di abbracciarci offrendo energia e voglia di vivere perché ci porta Gesù». «Preghiamo, anche in casa, ogni giorno, magari solo qualche decina di Rosario, affidando alla Madonna i più fragili, i bambini, i più poveri, le famiglie ferite, i figli che faticano arrivare un cammino chiaro nella loro esistenza, i più soli, i carcerati. Così la nostra giornata scorrerà con una letizia maggiore», conclude.

Poi, dopo la benedizione, con lo sguardo dell’Arcivescovo che si rivolge a chi segue la preghiera dai balconi più alti, la visita a qualche famiglia e ad alcuni malati.

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