L’intervento dell’Arcivescovo letto in apertura dei lavori dell’XI Comitato scientifico della Fondazione internazionale Oasis dedicato alla “Tentazione della violenza. Religioni tra guerra e riconciliazione”

scola

«La pace non sia una semplice tregua tra contendenti in armi che accettano un precario modus vivendi a causa dell’impossibilità fisica di sopprimersi, ma un’autentica e cordiale riconciliazione. Occorre saper chiedere perdono e perdonare». Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, nell’intervento di apertura, oggi a Sarajevo, dei lavori dell’XI Comitato scientifico della Fondazione internazionale Oasis dedicato alla “Tentazione della violenza. Religioni tra guerra e riconciliazione” (fino a domani). Per il Cardinale, assente all’incontro e il cui testo è stato letto in assemblea, «non possiamo accettare come normale il fatto che molte società musulmane siano oggi travagliate dalla violenza. Benché non siano le uniche a conoscere questo problema, non dimeno il fenomeno ha assunto negli ultimi anni dimensioni estremamente preoccupanti, generando un inarrestabile esodo di cristiani e musulmani che sta privando questi Paesi delle loro migliori risorse».

Tuttavia, ha precisato il cardinale Scola, «sarebbe improprio spiegare ai musulmani come dovrebbero interpretare o innovare la loro tradizione per rispondere a questo problema o quali significati dovrebbero dare ai versetti coranici che trattano di guerra, bottino e prigionieri. Come cristiani potremo immettere nel dialogo comune tutta la ricchezza della riflessione sulla pace che la Chiesa è andata maturando».

«I destini della pace – ha affermato l’arcivescovo di Milano – dipendono in misura non meno decisiva da una rinnovata solidarietà degli animi» e tale disposizione «non può non affermarsi se non sulla base del perdono. Occorre saper chiedere perdono e perdonare».

Sul tema del perdono è intervenuto anche il Gran Muftì di Bosnia e Erzegovina, Husein Kavazovic. Parlando della plurisecolare tradizione di accoglienza e convivenza di Sarajevo, il muftì ha ricordato le ferite aperte della guerra degli anni Novanta e sottolineato l’urgenza di perseverare nella missione di «far nascere fiori nuovi che profumano di perdono. I nostri giovani devono odorare di perdono e di convivenza. Liberiamo il perdono per il futuro. Del passato sappiamo tutto, ma per un futuro di pace serve camminare uniti, musulmani, ebrei e cristiani».

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