Presiedendo in Duomo la Celebrazione in memoria del cardinale Martini, a quattro anni dalla scomparsa, il cardinale Scola ne ha ricordato la figura, richiamando l'insegnamento di misericordia che ci ha lasciato

di Annamaria BRACCINI

Messa Martini

Testimone della fede e della carità, figura esemplare capace di interpretare profeticamente i segni dei tempi.

È un’immagine bella e in cui vibra la commozione, quella che il cardinale Scola delinea del suo predecessore, l’arcivescovo Martini, nella Celebrazione eucaristica di suffragio che presiede in Cattedrale.

Sono trascorsi esattamente quattro anni dalla morte del Cardinale che fu alla guida della Diocesi di Milano dal 1980 al 2002 e, in Duomo, lo si commemora con affetto. Tra le navate gremite trovano posto migliaia di persone di ogni età, in prima fila siedono la sorella Maris e il nipote, Giovanni Facchini Martini, che non hanno voluto mancare insieme ad altri parenti.

Concelebrano il Rito oltre cento sacerdoti, tra cui il cardinale Tettamanzi, 11 Vescovi, il Consiglio Episcopale Milanese, l’intero Capitolo metropolitano, il presidente e il vicepresidente della “Fondazione Martini” i padri gesuiti Casalone e Costa.

A tutti, con le famose parole del Vangelo di Luca riguardanti «la statura di testimone e di profeta di Giovanni», si rivolge Scola quando dice: «Non possiamo non riconoscere, nel richiamo al tema della testimonianza e della profezia, una provvidenziale assonanza con il magistero e con l’azione pastorale del cardinale Carlo Maria. In quest’Anno Santo che papa Francesco ha voluto con tanta insistenza dedicare alla misericordia di Dio, personalmente ho visto emergere questi tratti nella celebre Lettera pastorale del Cardinale, “Farsi prossimo”.

Scritto che, ancora oggi, a 30 anni di distanza, rimane utilissimo e, appunto, profetico nei suoi punti ispiratori «Essi possiedono un carattere di attualità sia a livello ecclesiale, ovviamente in particolare per la nostra Chiesa, sia a livello civile, soprattutto per la metropoli di Milano e per le terre ambrosiane, ed infondono energia eindirizzi per attraversare, carichi di speranza, la fase di travaglio che stiamo vivendo».

Basti quanto Martini scrisse: «Chi è il fratello a cui mi dedico? Qual è la sua più profonda dignità? Qual è il vero bene che gli debbo volere? Carità e verità si ricercano reciprocamente».

«È qui individuata – nota, allora, l’Arcivescovo – la dimensione culturale non libresca della fede chiamata a comunicarsi attraverso la carità e le opere di misericordia, perché un farsi prossimo così inteso traduce una visione dell’uomo e del suo agire molto precisi. Ciò di cui oggi l’Europa ha immenso bisogno.

Il monito martiniano è lo stesso che scandisce il suo successore: «La misericordia è tale se urge la mia personale libertà all’impegno».

Poi, l’annuncio che il Polo formato dal Museo Diocesano e dal Chiostro di Sant’Eustorgio prenderà ufficialmente il nome di Carlo Maria Martini.

Infine, a conclusione della Messa, il momento forse più intenso con la preghiera silenziosa dell’Arcivescovo sulla tomba e la benedizione finale.

Mentre la gente, anch’essa, si riunisce in gran numero presso la semplice sepoltura a terra, in Duomo, tornano alla mente, come un sigillo, le parole, citate ancora dal cardinale Scola, dell’allora Arcivescovo che, riflettendo su di sé, scriveva: «Dammi una fede forte per essere fedele alla preghiera, limpido nella testimonianza, sereno nella prova, vigile nell’attesa del grande incontro con te, che vivi e regni nei secoli dei secoli».

 

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