L’Arcivescovo ha presieduto la messa allo Stadio Cair, momento culminante delle celebrazioni dell’Editto. Il richiamo alla pacificazione e a un rinnovato impegno ecumenico e l’appello ai giovani: «Costruite nelle vostre terre la civiltà dell’amore»

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«Siamo convenuti in questo stadio cattolici, cristiani, credenti di altre religioni e non credenti, provenienti da Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia, Slovenia, Austria e Italia». È il momento centrale delle celebrazioni del 1700° anniversario dell’Editto di Milano in corso in questi giorni a Nis, città natale dell’imperatore Costantino, 200 chilometri a sud di Belgrado, in Serbia. Il cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano e inviato speciale di Papa Francesco, legge la sua omelia nella celebrazione eucaristica presieduta nello Stadio Cair, concelebrata dal cardinale Vinko Pulijc, arcivescovo di Sarajevo, dall’Arcivescovo emerito di Washington Theodore Edgar Mc Carryk, dall’arcivescovo di Belgrado monsignor Stanislav Hocevar, da altri 24 vescovi e cento sacerdoti.
Sono presenti oltre 3000 fedeli (i cattolici in Serbia rappresentano il 5% della popolazione), ma la solennità dell’occasione è sottolineata dalla presenza di esponenti della Chiesa ortodossa e delle Comunità ebraica e islamica, e del presidente della Repubblica Serba Tomislav Nikolic. Ieri Nikolic ha ricevuto Scola a Belgrado e – per il suo tramite – ha invitato Papa Francesco in Serbia. E proprio il messaggio del Santo Padre, letto all’inizio della Messa, viene accolto da un calorosissimo applauso. Per la prima volta, inoltre, in Serbia una celebrazione eucaristica viene trasmessa in diretta televisiva.
È l’annuncio di pace e riconciliazione di Gesù – prosegue Scola nell’omelia – ad avere «attirato ciascuno di noi a Sé; ci ha fatto uscire dalle nostre case, e ci ha condotto lungo un cammino di pellegrinaggio e di preghiera fin qui». Nel nostro mondo non mancano «profonde diversità e inimicizie«. «Le ferite della violenza e della guerra» faticano a guarire e sono ancora fonte «di amarezza, di risentimento, di tenebre». «Eppure – rileva l’Arcivescovo – il nostro cuore non cessa di desiderare ardentemente la pace».
Ma cos’è la pace? «Non è il quieto vivere» e neppure la «tanto auspicata assenza di conflitto». «La pace è la possibilità di unità tra gli uomini», grazie a Gesù che «ha eliminato l’inimicizia e ha ristabilito la nostra relazione con Dio». Allora la pace «è perdono dei peccati, riconciliazione con Dio e anche tra gli uomini». Due aspetti non separabili: «Ogni fede religiosa, in quanto espressione del desiderio di Dio, è fonte di unità tra gli uomini, non di conflitto e di divisione». L’anniversario dell’Editto richiama che «la libertà religiosa è garanzia di pace e di nuova civiltà in ogni società plurale». Sempre tenendo presente che «la libertà non è tale se non in funzione dell’edificazione di una società dal volto umano». «Non lasciamoci ingannare dalle sirene di una libertà individualisticamente concepita, purtroppo assai diffusa in Occidente», ammonisce Scola.
Se la Croce di Gesù – che «spalanca a una visione della vita come amore a tutti i livelli» -«chiede comunione nella Chiesa cattolica», nondimeno essa sollecita «anche una nuova energia ecumenica e una autentica solidarietà per edificare la vita buona nella società civile e politica». Ecco la «grave responsabilità» di quanti sono chiamati a diventare «operatori di pace e di unità»: «proporre quel “nuovo umanesimo” di cui abbiamo urgente bisogno soprattutto in Europa», «edificare una civiltà dal volto umano». Non manca, in conclusione, una parola rivolta in particolare ai giovani, che Scola aveva già incontrato ieri nella celebrazione dei Vespri a Nis. Se le «dolorose e violente vicende» nella storia recente dei loro Paesi non li possono «lasciare indifferenti», il presente «chiede di ripartire dal perdono e dal riconoscimento dell’opera di riconciliazione che ci vede convocati». «Costruite nelle vostre terre la civiltà dell’amore», l’appello finale dell’Arcivescovo.

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