Il Cardinale ha presieduto il Pontificale nella Solennità della Festa liturgica del santo patrono Ambrogio. Nella basilica a lui dedicata, gremita di moltissimi fedeli, l’Arcivescovo ha richiamato la necessità di non farsi vincere dalla paura, pur in questi tempi tanto difficili e dolorosi

di Annamaria BRACCINI

sant'ambrogio 2015 scola

È una basilica di Sant’Ambrogio gremita, con la gente che si affolla fin nel Portico di Ansperto, quella che si raccoglie e prega con il cardinale Scola, che preside il tradizionale Pontificale nella Solennità del santo Patrono. Concelebrano trenta sacerdoti, i membri dei Capitoli della Cattedrale e di Sant’Ambrogio stesso, con quattro vescovi, l’Abate della Basilica, monsignor De Scalzi, il vicario generale, monsignor Delpini, cui si aggiungono i monsignori Mascheroni e Martinelli. Sull’altare maggiore trovano posto anche una cinquantina di seminaristi del Biennio teologico, arrivati dal Seminario di Venegono.

Un «segno bello», la presenza di tante persone, nota subito il Cardinale, «in questo delicatissimo e doloroso tempo di transizione, segno del grande fascino del nostro Patrono che, non solo non si spegne, ma si accresce».

Fascino di santità e di una vita compiuta che ha tanto da insegnare e da dire, evidentemente, anche all’oggi, perché «alimenta la speranza, fa vincere ogni paura, come il vostro essere qui dimostra – dice ancora l’Arcivescovo rivolto ai fedeli –, permettendoci di affrontare il futuro con un atteggiamento costruttivo, utile e ubbidiente, deciso a contribuire all’edificazione di una realtà in cui domini la pace».

Cita, Scola, il Libro del Siracide , “Fu trovato perfetto e giusto, al tempo dell’ira – come è in parte il nostro – fu segno di riconciliazione”, con parole che, adattate ad Ambrogio «diventano anche per noi una decisiva prospettiva di cammino, un senso per la vita. Giustizia e riconciliazione, frutti della misericordia, sono, infatti, un messaggio-chiave per noi, per la nostra città e per il nostro tempo, perché rendono possibile quell’esperienza dell’unità, personale e comunitaria, senza la quale l’uomo non può guardare con serenità al suo presente e non può prospettare il futuro per i propri cari, per gli amici, per gli altri».

Dunque, Ambrogio, magistrato, uomo pubblico romano, prima di essere acclamato Vescovo, poi Buon pastore a esempio di Cristo – il Vangelo appena cantato è appunto quello di Giovanni 9 e 10 – ,come modello di vita ispirata al Signore e al bene comune, da esercitare in un’unità inscindibile.

Quella che manca attualmente, suggerisce il Cardinale. «Ma qual’è la sorgente di questa inesauribile passione per l’unità, collante necessario per la verità di tutti i rapporti che ci costituiscono?».

Immediata la risposta. Il Cristo Buon Pastore che, scrive San Luca in una delle parabole citate da papa Francesco nella Bolla di indizione dell’Anno Santo Misericordiae Vultus, va in cerca della pecora smarrita e se la carica sulle spalle. «Ciò dice la necessità che la nostra società plurale ha di persone che siano disposte a “pagare in proprio”, per coinvolgere tutti in un reciproco riconoscimento capace di generare coesione sociale. Comincia domani il Giubileo a Roma, inizierà domenica prossima in Diocesi, tendiamo al Santo Natale e, quindi, dobbiamo con particolare vigore, come i tempi domandano, giocarci nel quotidiano, assumendo le cose di tutti i giorni secondo la pienezza dello sguardo di Cristo, capace di generare unità e pace».

Una consapevolezza responsabile, questa, che illumina, o dovrebbe farlo, ogni nostra azione.

«Sotto la crosta del quotidiano come sotto la pelle del nostro corpo è celato, ma pulsa attivamente, il senso pieno della vita. Senza nessun merito da parte nostra, per pura misericordia, ci è stata fatta la grazia di conoscere Cristo e il disegno di salvezza della Trinità. Ma perché a noi? Perché come membra della Chiesa possiamo far conoscere, con semplice gioia, a tutti i nostri fratelli uomini la bellezza e la verità del dono del mondo redento».

L’invito è a guardare alla Chiesa che è vita, al di là degli errori umani, «perché la Chiesa non esiste per se stessa, ma per la risurrezione del mondo. Chiediamoci se la viviamo con quanto amore, oppure lo scandalo di tanti errori e peccati di uomini di Chiesa ci fa perdere di vista una tale radice soprannaturale che la rende fonte di continuo cambiamento?».

Proprio in tutto questo, consci delle nostre fragilità e dei nostri peccati – «come è difficile, quando ci incontriamo, quando facciamo le nostre assemblee ecclesiali, metterci all’ascolto dell’altro» – ancora Ambrogio può essere guida sicura che attraversa i secoli, con la sua preghiera: “la debolezza del corpo non soffochi il desiderio del nostro spirito”. Come a dire, le paure, pur comprensibili, non siano di ostacolo allo sperare, al tendere al domani con fiducia e certezza nel Dio vicino.

«Sia questa la preghiera elevata giornalmente a Dio ormai sulla soglia dell’Anno Santo della Misericordia».

Infine, dopo la preghiera e le intercessioni recitate dall’Arcivescovo, dai Concelebranti e dai seminaristi, nella Cripta, di fronte alle reliquie del Santo e dei martiri Gervaso e Protaso, ancora un ultimo auspicio: «Da questa basilica anch’essa giubilare, guardiamo alla Solennità di domani, inizio dell’Anno Santo, modello di tutta la vita della Chiesa e nostra personale. È questa una bella occasione per vivere il coinvolgimento personale, invitando amici, conoscenti, compagni di lavoro, ogni battezzato che avesse perso la strada di casa, a partecipare».

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