Bello e affollato l’incontro-dialogo tra il cardinale Scola e le famiglie, svoltosi nel Centro Diocesano di Milano, nel quale si è parlato del recente Sinodo straordinario e del ruolo, appunto, della famiglia nella Comunità cristiana e nella società

di Annamaria BRACCINI

incontro famiglie 2014

«Un bel segno». Dice così l’Arcivescovo, aprendo l’atteso incontro di approfondimento e di dialogo sulla famiglia e sui temi emersi dall’ultimo Sinodo straordinario. Davanti a lui, nella grande sala Pio XII del Centro diocesano di via Sant’Antonio, arrivano davvero in tanti. Ci sono, in prima fila, il Vicario generale, i Vescovi ausiliari, alcuni Vicari di Zona e di Settore, i parroci, i responsabili decanali e zonali della Pastorale familiare e, poi, naturalmente loro: le famiglie anche di origine straniera.
I responsabili Servizio Famiglia, don Luciano Andriolo e i coniugi Magni, siedono accanto al Cardinale. Si ascolta la parola di Dio e uno stralcio dal Magistero di Paolo VI che, nel 1974, scriveva: “È sfortunata la società che non onora l’istituzione familiare, sarà diventare in breve tempo un insieme di individui sradicati e anonimi”.
Dal concreto svolgimento del Sinodo prende il via la riflessione dell’Arcivescovo che evidenzia subito la proposta emersa almeno tre volte dalla discussione: «la famiglia deve essere soggetto e non più oggetto di cura da parte della Comunità cristiana. Insisto su questa importantissima affermazione sinodale – che rappresenta un rivolgimento del suo ruolo, del compito e del suo posto – per sottolineare quello che è il compito della famiglia in quanto tale nella sua unità».
E, d’altra parte, a testimoniare a pieno la centralità per la vita della Chiesa dell’Istituzione familiare, sono il lungo e articolato lavoro preparatorio che «culmina normalmente in un’Assemblea come momento finale di un processo che, di solito, dura tre anni» e la specificità, decisa dal Papa, «di legare un Sinodo straordinario, quale è quello conclusosi il mese scorso, con uno ordinario che si svolgerà l’anno prossimo». Partendo dalle sfide odierne affrontate nell’Assise straordinaria, «cosa che spiega perché sia parlato più che altro di divorziati, separati, di unioni di fatto e di omosessuali, sarà compito dell’Ordinario inserire tali questioni nel tema più generale».
Dunque, un processo che garantisce la pluralità delle voci e il rispetto della realtà di base, come volle Paolo VI, «iniziando da alcune linee di riflessione mandate ai Vescovi, i “Lineamenta”, da cui i quindici Cardinali membri dell’ufficio sinodale, elaborano uno strumento di lavoro», osserva Scola, che di Sinodi ne ha vissuti ben cinque, sedendo anche tra i 192 Padri che hanno avuto diritto di voto nell’ultima Assise, nella quale «ogni Vescovo – aggiunge – per la prima settimana, ogni giorno, ha preso la parola con più interventi, seppure limitatissimi di 4 minuti, nell’Assemblea plenaria». Poi, la divisione in gruppi, i Circoli minori – il Cardinale era nel “Francese 2” – il cui lavoro sfocia in dieci relazioni da cui scaturisce la “Relatio Synodi” che il Papa ha recepito come base del processo, avviato proprio da ieri, per il Sinodo ordinario.
Ovvio, dunque, il primato della Collegialità sia perché «ogni Circolo può contare su una ventina di Padri e uditori invitati, 5 laici, due famiglie, teologi ed esperti», sia «per gli scambi informali, magari davanti al caffé o negli impegni serali».
Insomma, il Sinodo – nota il Cardinale – «ci chiede un salto di qualità che vorrei facesse anche la nostra Chiesa nella prassi quotidiana con l’assunzione in prima persona di questo impegno chiesto dalla situazione di grande cambiamento in atto oggi nelle nostre società europee», basti pensare a questioni scottanti con come il mutamento del concetto stesso della filiazione con le madri surrogate. «Un mettere al mondo figli orfani di genitori viventi che tra venti-trent’anni porterà a contraddizioni insostenibili», secondo quanto l’Arcivescovo, unitamente ai “colleghi” di Vienna e Lione, ha scritto sul diffusissimo quotidiano francese “Le Figaro”.
Ma in che modo la famiglia è soggetto di evangelizzazione? «Certo non significa coinvolgere l’uno o l’altro dei membri nelle attività delle parrocchie o delle aggregazioni, ma vuole dire chiedere alla famiglia in quanto tale di testimoniare la modalità nella quale essa vive il quotidiano, negli affetti, nel lavoro, nel riposo e nella festa, nella modalità di concepire la nascita, la malattia, la morte, la prova, l’educazione, l’edificazione di una società giusta in vista del bene comune. Se ciò fosse lasciato solo al singolo – cosa che facciamo troppo spesso per un’involuzione narcisistica del soggetto – non riusciremo ad avere la fioritura libera dell’io nelle sue dimensioni costitutive: la differenza sessuale e tra le generazioni».
E se «siamo cristiani perché vogliamo essere uomini e donne compiuti», occorre offrire con una chiarezza maggiore di quanto avvenga oggi per una sorta di strana timidezza, il nostro essere alla sequela di Cristo e nella Chiesa.
Da qui, un primo invito: «trovare il coraggio umile di diventare più protagonisti nel narrare la bellezza dell’incontro con il Signore e l’appartenenza a una Comunità che aiuti a rendere concreta la definizione della famiglia come Chiesa domestica».
Chiesa semplice, capace di gesti semplici e, insieme, fondamentali, quali l’accoglienza, la convivialità consapevole, fatta di ciò che ci sta a cuore, la fraternità.
Il pensiero è per la metropoli e il suo travaglio: «Abbiamo in Milano situazioni di grande emarginazione che presentano realtà di precarietà estrema, come la questione della casa che non ha solo a che fare con le occupazioni degli appartamenti di questi giorni, ma nasce da condizioni più profonde. Dobbiamo cooperare a creare un’amicizia civica, nella vicinanza e anche nell’accompagnamento tra famiglie e verso coloro che chiedono la grazia del Sacramento del matrimonio».
La sollecitazione a collaborare è, esplicita, per tutti e anche per i sacerdoti: «Questa è la parrocchia in uscita, il campo che è il mondo» .
Poi, nella seconda parte della serata, il dialogo con Marco e Marina Noli che raccontano un’esperienza di coppia e di impegno che «per 17 anni nei gruppi familiari» li ha portati «ad ascoltare i bisogni delle coppie e, da dieci anni, come Associazione “Abbandonerai .. Aderirai” a promuovere momenti seminariali e di laboratorio». La loro domanda è diretta, «come vivere la spiritualità nei tanti impegni familiari e lavorativi e “far quadrare” le giornate?». Altrettanto immediata l’opinione del Cardinale: «la risposta è già nella potenza del racconto e della vostra testimonianza».
Bellissime anche le parole di Rosemarie Cabuhat, di origine filippina con accanto il marito Edgardo, e la figlia Clarissa, nata in Italia.
Dalla loro vicenda simile a quella di tanti altri migranti, storia di lotta, di fatica e di fede tenace, nasce il richiamo dell’Arcivescovo a coltivare il rapporto fraterno nella Comunità, ma anche ad avere particolare attenzione per le seconde generazioni. «Mantenete le vostre tradizioni, ma cercate l’inserimento dei figli che sono i nuovi milanesi, i nuovi italiani».
Infine, Giuseppe Cantarella, separato dopo dodici anni di matrimonio, che si interroga: «La famiglia, anche se divisa, può essere soggetto di evangelizzazione? Può donare ancora qualcosa?». «Sì», la risposta: «Conosco la bella realtà, che ho avuto modo di incontrare, delle famiglie separate cristiane, uomini e donne che hanno deciso di rimanere fedeli al loro matrimonio in questa grande prova che talvolta anche economicamente può divenire causa di emarginazione», evidenzia Scola, che accenna anche ai divorziati risposati. «L’insegnamento del Magistero in proposito rinnova con forza il fatto che coloro che si trovano in questa condizione sono parte viva della Chiesa non possono accedere alla Comunione sacramentale. Se le cose sono così, nessuno ha il diritto di agire in modo diverso. Allora, io voglio incitare calorosamente questi fedeli a partecipare alla vita della Comunità nei tanti modi che già l’Esortazione Apostolica di san Giovanni Paolo II Familiaris Consortio e l’Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis di papa Benedetto indicano.
Ci deve essere un’immanenza nella vita normale accettando il sacrificio della comunione spirituale, ma la partecipazione, secondo le condizioni che oggi oggettivamente il Magistero propone, deve essere attiva. In questo senso gli sposi, cioè coloro che sono legati in sacramento anche se sono in situazione di separazione, possono essere di grande aiuto per i figli. Si resta sempre padri e madri e bisogna far capire che le difficoltà tra i genitori non nascono da loro. Della sofferenza dei figli si parla tropo poco, perché la questione nell’opinione massmediatica è spesso rimossa. Occorre aiutarsi e aiutare, sostenersi nei gruppi e aprirsi alla vita normale della Comunità per non rendere questo aspetto, pur dolorosissimo della separazione, l’unica cosa di cui occuparsi».

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