Presiedendo la Celebrazione eucaristica per i Defunti al Cimitero Monumentale, il cardinale Scola, con una forte omelia, ha richiamato il dovere di vivere la convivenza senza paure e contrapposizioni sterili in vista del bene comune

di Annamaria BRACCINI

Scola_Monumentale

«Convivere è questione di buon senso, dal momento che dobbiamo vivere insieme, anche con gli immigrati che arrivano. La paura può essere comprensibile, ma la si batte solo ascoltandoci reciprocamente, non contrapponendoci in una maniera che finisce per diventare sterile e che porta a dividerci ancora di più. Nella nostra esperienza personale spesso abbiamo paura, ma la vinciamo quando ci facciamo aiutare e ascoltiamo gli altri, trovando le ragioni per rendere accettabile il cambiamento anche se costa sacrifici.
Credo che Milano abbia in sé tutte le risorse per fare ciò e lo stia facendo concretamente. Penso però che ognuno, a partire da chi ha maggiori responsabilità nei diversi campi, anche i politici, debba lavorare in vista di un tale fine. Ricordiamoci che il più grande nemico dell’amicizia civica è l’ideologia. Quando noi trasformiamo un problema reale – quale è l’assorbire in pochi anni tanti immigrati – e lo strumentalizziamo a scopi che non sono quelli del bene comune, cadiamo nell’ideologia e non costruiamo nulla. Questo è un rischio che corriamo tutti, come gruppi, corpi intermedi, partiti. Sono, tuttavia, convinto che Milano abbia le risorse perché si possa concorrere insieme a costruire vita buona». Lo dice il cardinale Scola, usando, rispetto alla più stretta attualità, quel filo rosso che lega la sua intera omelia, pronunciata al Cimitero Monumentale durante la Celebrazione per i Defunti.
«Abbiamo bisogno – scandisce, infatti, l’Arcivescovo –, di uomini e donne che cercano davvero la verità e vogliono vivere l’esistenza con un senso esplicito, ossia con una direzione e un significato; di uomini che siamo promotori di amicizia civica. Il momento difficile che stiamo vivendo ormai da anni deve affratellarci, non estraniarci l’uno dall’altro. Sempre, nei momenti di grande cambiamento, la paura tende a dominare, ma è una cattiva consigliera. Occorre, invece, costruire una società giusta. Non importano le nostre fragilità, conta il nostro desiderio di coltivare quell’amicizia civica e quella comunione ecclesiale di cui ha tanto bisogno il terzo millennio».
Questo il forte appello che il Cardinale rivolge non solo ai fedeli – tanti – riuniti per la Celebrazione, ma a tutta la città.
Presenti anche rappresentanti delle Istituzioni, per il sindaco di Milano, il consigliere Fanzago e per la Provincia, l’assessore Pagani, sotto un cielo che sarebbe piaciuto a Manzoni – il cui monumento funerario, nel Famedio, è a pochi metri da dove si celebra Messa –, la memoria dei Defunti diviene così anche un richiamo «non per il passato, ma per il presente e il futuro».
Ecco il significato del venire, ogni anno, in tutti i cimiteri delle nostre terre ambrosiane e in modo più solenne in questo cimitero Monumentale, nota il Cardinale.
«I nostri cari non sono separati da noi se non nell’aspetto della loro presenza fisica. Essi sono nella comunione dei Santi in un rapporto di amicizia stretta che, se siamo vigilanti, tende ad aumentare con il passare del tempo e non a cadere nella dimenticanza. La morte è un passaggio, psicologicamente parlando, doloroso e pur tuttavia il suo senso ultimo e profondo non è portarci al niente ma, al contrario, farci vivere nel figlio Gesù con il Padre e nel farci guadagnare, così, la nostra dimora definitiva e stabile, dove la sete dei pellegrini terreni sarà colmata dal faccia a faccia con Dio».
Da qui, ciò che l’Arcivescovo definisce «una responsabilità importante e decisiva»: affrontare quel tratto di esistenza che ci rimane «nella prospettiva del lasciarsi attirare dall’amore di Gesù verso il Padre».
«Tutti, infatti, percepiamo che la vita cambia direzione se comprendiamo di essere orientati verso la dimora della Trinità, verso la vita eterna. Siamo spesso vittime della dimenticanza, viviamo le nostre giornate dimentichi di Dio, dimentichi che la vita, attraverso il lavoro, il riposo, il male fisico e morale, l’edificazione di una società giusta, assume un senso diverso se ci ricordiamo di Colui che ci ha predestinato, che ha voluto ciascuno di noi personalmente e ci accompagna ogni giorno. Dobbiamo ritrovare la consapevolezza quotidiana di tutto questo, nella preghiera, nella fraternità, nella solidarietà radicata «pur se la conversione come il cambiamento – secondo quanto sottolineano le Letture del giorno – implica sacrificio e disposizione a pagare di persona».
Anche (e forse soprattutto) perché, suggerisce l’Arcivescovo, «questi valori che, certo, non sono amplificati dalla mentalità dominante del mondo, non si spengano in un’attualità che sembra più attenta al danaro, alla lussuria, al piacere e all’egoismo». Tornano alla mente le Beatitudini appena risuonate nel Vangelo di Matteo: «quelle che Dio ci propone e che non sono esattamente ciò che il modo ama». Eppure la beatitudine non è teoria, ma realtà, pratica vissuta da Gesù «che ci chiama a partecipare di questo stile umile, semplice, franco, diretto, costruttivo di vita».
«Come cambiano i rapporti se ci concepiamo in questo modo nella cura dei figli e nipoti – fondamentale il ruolo dei nonni, evidenzia Scola – , nei rapporti con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro, con la gente, qualunque sia l’appartenenza di etnia e religione, nel rapporto di comunione nelle parrocchie e realtà ecclesiali».
Questo ci richiamano i nostri morti che, collocati nella definitività, dicono: «cammina nella legge del Signore perché così non guadagnerai solo la vita eterna, ma vivrai ogni giorno, in maggiore pienezza e verità».
Insomma, parole chiare per non dimenticare che il fare memoria di chi non c’è più non può essere solo una «questione sentimentale», ma è un impegno a cambiare «qui e ora», secondo l’esistenza riuscita della sanità, guardando la realtà. Tanto che, riguardo delle proteste emerse da alcuni abitanti del quartiere Greco per la futura apertura del “Refettorio Ambrosiano” previsto per Expo e che resterà una mensa di Caritas anche terminata l’Esposizione mondiale, Scola aggiunge: «Ripeto che occorre confrontarsi. Infatti per la sera di giovedì 6 novembre ho già incaricato il mio vicario episcopale per la Carità e l’Azione sociale, monsignor Luca Bressan, di partecipare all’assemblea di quartiere convocata per discutere la questione del Refettorio. Ricordo che è una scelta pensata e discussa per mesi, presentata anche in assemblee parrocchiali cui hanno partecipato rappresentanti del Consiglio di Zona. Rinnoverò l’invito a non aver paura proprio perché l’importante è parlare e ascoltarci».
Poi, dopo il ringraziamento del nuovo cappellano del Monumentale, padre Francesco Vimercati, la breve visita nel Famedio, al monumento manzoniano e alla lapide con i nomi di coloro che hanno reso grande Milano, tra cui da domani sarà iscritto solennemente anche monsignor Luciano Migliavacca, per quasi quarant’anni Maestro della Cappella del Duomo. E, infine, mentre ormai già scende la sera, la sosta e la commossa preghiera in silenzio davanti alla tomba di monsignor Giussani.

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