Il Cardinale ha presieduto l’Eucaristia del pomeriggio del 1° novembre, come tradizione, al Cimitero Monumentale di Milano. Dall’Arcivescovo è venuto un forte richiamo a vedere in luoghi come il Famedio «una bandiera levata che ricorda a tutti una responsabilità»

di Annamaria BRACCINI

Messa Monumentale 2016

Il Cimitero storico di Milano con il suo Famedio che non è solo un luogo di memoria e di preghiera, ma bandiera levata che «ricorda a tutti i cittadini l’obbligo di un’amicizia civica e l’impegno alla costruzione di una società degna del nostro livello di sviluppo». 
Lo scandisce il cardinale Scola, nell’omelia della Celebrazione vigiliare da lui presieduta, come tradizione nel pomeriggio del 1 novembre, presso il Cimitero Monumentale. Ad ascoltare l’Arcivescovo, cui è accanto con altri religiosi francescani, il cappellano, ci sono tanti fedeli – molti, recandosi alle tombe, si fermano alla Messa celebrata sotto un cielo autunnale – e le autorità, tra cui l’assessore Roberta Cocco in rappresentanza del Sindaco.  
«La Chiesa mettendo insieme, in questo Vespero, la Festa dei Santi e la Commemorazione dei Defunti ci fa capire che la nostra vita è destinata a durare per sempre», osserva Scola. «Ogni uomo ha, infatti, nel cuore questo desiderio, anche chi lo nega, riducendo tutto ai poteri della scienza sperimentale, giungendo a negare l’esistenza di un aldilà, dicendo che siamo destinati a finire nel nulla, in un mucchietto di cenere. Ma questo desiderio c’è sempre ed emerge con forza anche se persino come credenti siamo tentati di lasciare alle spalle “nostra sorella morte” e di rimuoverla nel quotidiano». 
Con la seconda lettura, l’Epistola di San Paolo ai Romani, la riflessione del Cardinale si fa stringente e attualissima: «Paolo ci dà ragione di tale speranza che va contro ogni speranza. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Egli enumera le possibili cause di questa terribile separazione da Lui volto della Misericordia del Padre: la tribolazione, la sofferenza, il dolore e l’angoscia, la persecuzione». 
Il pensiero è «a tanti nostri fratelli cristiani e uomini delle religioni che la stanno subendo. Pensiamo ad Asia Bibi, alla tragedia di Aleppo, nuova Sarajevo, nel cuore della civiltà di oggi. Pensiamo alla fame di quanti lasciano la loro patria, perché ancora non riescono ad avere nemmeno un pasto al giorno». 
Eppure se in tutte queste cose, come dice l’Apostolo,“siamo più che vincitori”, lo siamo  non certo in forza delle nostre capacità o per la tecnoscienza, ma grazie a Colui che ci ha amati per primo in modo personale. Noi, chiamati da un suo disegno, voluti, resi giusti per la fede e glorificati. 
«Ecco che, così, giungiamo al grande tema della festa bellissima di oggi. I Santi non sono solo i Canonizzati, ma sono parte di quella folla sterminata che descrive il libro dell’Apocalisse. Tra essi ci sono certamente moltissimi, forse tutti, nostri cari, di cui oggi vogliamo fare memoria: non hanno la corona visibile, non sono meno santi. Per questo veniamo qui con un’attitudine di venerazione e vogliamo ricordarci anche di coloro che non hanno più persone che ne possano fare memoria».  
Ma come realizzare questa esperienza di umanità, fragili come siamo? Con la strada indicata da Matteo nelle Beatitudini. «Attraverso la Chiesa, appartenendo a Cristo, di cui le Beatitudini che sono una sorta di biografia, possiamo tentare di viverle almeno un poco. Gesù ci porta a guardare al futuro con serenità, attraverso i nostri cari per cui preghiamo. Pensando alla morte siamo angosciati, ma sappiamo che avremo una mano che ci prende subito e ci tiene, che sta a un millimetro dell’ultimo atto della vita terrena che sarà l’atto del morire». 
Da qui la conclusione: «Veniamo qui con serenità perché vogliamo essere cristiani e cittadini responsabili. Il Famedio di questo grande cimitero ci ricorda tale responsabilità che, in una società plurale come la nostra in cui convivono diverse visioni del mondo, è decisiva. È come una bandiera levata che ricorda a tutti i cittadini l’obbligo di un’amicizia civica e l’impegno alla costruzione di una società degna del nostro livello di sviluppo. Perciò, perché amiamo la Chiesa e la nostra città, siamo qui oggi». 
Una consegna – questa – che vale per tutti, laici e credenti e sulla quale il Cardinale torna a margine della Messa, dopo aver sostato al Famedio sulla tomba di Alessandro Manzoni e davanti alla targa con gli ultimi nomi di milanesi illustri inseriti.   
«Milano aggiunge al Famedio uomini di fama civica, culturale, sportiva, imprenditoriale perché vuole fare memoria di una storia. Ha capito che la storia è una radice vitale per la costruzione del presente in un’epoca come questa. Speriamo che Milano non perda questo orizzonte ampio». 
La domanda è anche sull’arrivo dei profughi alla Caserma “Montello”. «Capitano dei momenti di dialettica tra due tipi di visioni, due modi di capire il problema. Ieri sera c’è stato chi ha protestato e stamattina chi ha fatto festa per accoglierli. Il flusso migratorio è mondiale e durerà qualche decennio: dobbiamo abituarci a questa dialettica, cercando di superarla e invitando tutti a darsi le ragioni reciproche in modo tale che le ragioni autentiche – non i pretesti e i pregiudizi – aiutino chi la pensa diversamente a maturare la sua scelta così che si giunga ad una unità di visioni. 
La mia sensazione è che, se si pratica un’equilibrata accoglienza diffusa, il nostro popolo non ha tinte razziste: accoglie e si dà molto da fare, come vedo in città e in Diocesi. La società civile sta facendo la sua parte nelle scuole, i quartieri, le parrocchie, con l’aiuto spontaneo e reciproco. Esiste, tuttavia, un problema politico drammatico. L’Italia sull’immigrazione è stata abbandonata dall’Europa: questa scelta grave pone un interrogativo sull’Europa stessa: è vitale o è morente?
Noi dobbiamo essere cittadini europei energici, comprendendo come queste persone che arrivano e che sono, in larga maggioranza giovani, si fonderanno con i nostri popoli e daranno vita alla nuova Europa. Conviene accoglierli. Tutto il mondo deve collaborare perché il fenomeno è di dimensioni planetarie». 
Infine, la sosta davanti alla sepoltura di monsignor Luigi Giussani, in un silenzio carico di commozione e ricordo. 

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