La celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo nella Basilica di San Pio X ha aperto il pellegrinaggio diocesano a Lourdes. Nel tardo pomeriggio il Rosario (in serata on line un servizio)

di Filippo MAGNI

Scola_Lourdes

Sono partiti in cinquemila dalla Diocesi di Milano. In treno, aereo, pullman hanno percorso diversi itinerari e si sono riuniti oggi a Lourdes con il cardinale Angelo Scola per prendere parte al pellegrinaggio diocesano.

Alcuni sono partiti all’alba da Malpensa, in molti hanno affrontato 20 ore di treno o hanno viaggiato per tutta la notte, perché tanto «la stanchezza passa subito appena si arriva a Lourdes», come ripetono i volontari dell’Unitalsi che accompagnano i malati. Sembrano aver ragione. È sorridente, multiforme e attenta la folla che alle 15 accoglie l’Arcivescovo di Milano per la Santa Messa di apertura del pellegrinaggio.

Nella basilica sotterranea dedicata a San Pio X prendono posto in prima fila le carrozzine e le barelle (i malati, com’è tradizione, sono condotti da Oftal, Unitalsi, Cvs), sulle panche appena dietro tutti gli altri pellegrini. Non solo ambrosiani, non solo italiani: in migliaia, oltre ai cinquemila diocesani, partecipano alla celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Scola e concelebrata dai Vicari episcopali e da altri sacerdoti diocesani.

Tipicamente milanese – in rito ambrosiano – è la celebrazione. Inizia con la processione, aperta dalle bandiere delle sette Zone pastorali dell’Arcidiocesi di Milano, e prosegue con la recita dei “12 kyrie” e le letture dal libro di Isaia (55,1-7), del Salmo (Gdt 13,18-20), dalla lettera di San Paolo agli Efesini (1,3-10a) e dal Vangelo di San Luca (1,40-55).

Rivolgendosi all’assemblea dall’altare, il cardinale Scola esordisce nell’omelia citando la prima lettura: “Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino”. «Siamo venuti qui per questo – ricorda l’Arcivescovo. – Non solo i malati, ma tutti. Perché la nostra debolezza non è solo quella fisica, dolorosa di giorno e soprattutto di notte». Piuttosto si tratta della «debolezza morale, della mente del cuore e dell’agire, che è di tutti, anche dell’Arcivescovo». Perché, si chiede Scola, «siamo qui riuniti a cercare il volto del Dio vicino? Per la nostra debolezza di fede». Prosegue: «Se siamo qui è perché crediamo, ma abbiamo bisogno che la Vergine ci spalanchi le porte di una fede più grande».

Le letture, aggiunge l’Arcivescovo, «ci indicano la strada per una fede compiuta», ricordandoci che siamo stati scelti dal Signore ancor prima della nostra nascita, da sempre, per essere suoi figli. E allora, «come un bimbo che si getta fiducioso tra le braccia della mamma o del papá, mettiamo nelle mani della Vergine Maria tutta la nostra persona, con fede». Se mettiamo «tutto ai suoi piedi – conclude Scola – Maria diventa nostra madre e noi possiamo credere all’evidenza santa di questo luogo, dove il nostro amore può essere reso un po’ più vero».

Anche l’offertorio ha una nota tipicamente milanese, quando viene presentato e acceso all’altare un cero realizzato dai detenuti del carcere di San Vittore. «Porta i segni delle mani dei carcerati – spiegano dalla Diocesi -. I segni della fede di chi sbaglia, che è carica di speranza per riparare il male fatto con progetti e opere di bene». Durante la Comunione, inoltre, i fedeli intonano La tua famiglia ti rende grazie, inno ufficiale del VII Incontro mondiale delle Famiglie.

Il canto dell’Ave Maria conclude la celebrazione e ricorda la prossima tappa del pellegrinaggio diocesano: alle 18, alla Grotta, il Santo Rosario presieduto dall’Arcivescovo e trasmesso in diretta video da TV2000 e da chiesadimilano.it (in serata on line un servizio)

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