Il cardinale, in un Duomo gremito di migliaia di fedeli, ha presieduto il rito solenne delle Ordinazioni diaconali. Venticinque i nuovi diaconi ambrosiani che diventeranno preti a giugno del 2014

di Annamaria BRACCINI

ordinazioni diaconali 2013

“Abbiate il coraggio di andare dovunque nel grande campo che è il mondo, perché siete inviati a tutto e a tutti, per sempre, dal Signore”.
Il cardinale Scola, in Duomo, dove si fatica persino a entrare per le molte migliaia di fedeli che già lo affollano da prima della Celebrazione, si rivolge così, direttamente, ai candidati che dopo poco per l’imposizione delle sue mani riceveranno l’Ordinazione diaconale. Venticinque seminaristi diocesani cui si aggiungono in questo rito solenne – cui partecipano tutti i Vescovi ausiliari, i Vicari di Zona ed Episcopali, decine di preti – sei giovani di origine straniera appartenenti al Pontificio Istituto delle Missioni Estere e due religiosi, rispettivamente dei Carmelitani Scalzi e dei Passionisti.
Quasi l’immagine concreta di un mondo che non ha confini, dove la vocazione può nascere in India o in Brasile per i giovani del Pime, o nelle tante diverse zone della grande Chiesa ambrosiana; una fede che germoglia da giovanissimi – la maggioranza ha 24 anni – o quando si è già compiuto un tratto significativo della vita, maturando l’idea di darsi al Signore tra i quaranta e i cinquant’anni. Come è accaduto a due dei diaconi diocesani, Patrizio e Marco, di 51 e di 52 anni con diverse esperienze lavorative alle spalle, o a Fabio, 42enne medico di professione. Strade che poi che si sono congiunte, con un cammino di preparazione seminaristico durato finora cinque anni e che proseguirà fino al 7 giugno 2014, quando i diaconi diventeranno sacerdoti. Intanto, già il 3 ottobre prossimo, proprio nel Seminario di Venegono, l’Arcivescovo comunicherà loro la parrocchia di destinazione dove i futuri preti presteranno servizio, alternando studio e impegno pastorale.
«L’Ordinazione, ultimo gradino verso il ministero ordinato, dimostra la vostra gioia», dice il Cardinale, dopo che qualche applauso è già risuonato, tra le navate, alla presentazione ed elezione dei candidati. «So che qualcuno tra voi stanotte non ha dormito tranquillo e questo dimostra che un poco del sacro timore di cui ci parla la Scrittura è in voi», aggiunge, richiamando le Letture, con quel versetto di Isaia, ‘Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” che, sottolinea, «mi è rimasto nel cuore e nella mente e che ci aiuta a cogliere la radice del gesto sacramentale che stiamo compiendo». Gesto che ha la sua «ragionevolezza, mentre, per la mentalità corrente, molti giudicherebbero una pazzia quello che state facendo». È Dio stesso che ci dice, “Tu mi appartieni…”, infondendoci fiducia, perché la sua fedeltà non viene mai meno.
«Molti, e forse talora, anche noi, abbiamo paura della parola ‘appartenenza’, perché vorremmo appartenere unicamente a noi stessi, ma in tal modo non ci accorgiamo di appartenere solo ai poteri forti che dominano mentalità e cultura». L’appartenenza vera, suggerisce l’Arcivescovo, è, invece, dono di amore vero, per sempre.
«Questa è la missione che profila da oggi il vostro volto: siate instancabili nel dono di voi. Nonostante il nostro venir mano, ogni giorno, a questo dono totale, il Signore ci riprende sempre. Sappiate essere fedeli nei confronti dell’amore, quello stesso amore di fronte al quale il mondo attuale si dimostra assai ingenuo, non comprendendolo e credendo che non lo debba imparare. Per questo, oggi, invece di guarire l’amore spesso ferisce».
Nascono da qui due preziose indicazioni «per imparare l’amore effettivo e oggettivo, il vero amore, che è risposta ad un amore che ci precede, perché è Dio che chiama ciascuno di noi per nome».
È in questa consapevolezza «si impara ad amare il prossimo, se stessi e il Signore rimanendo radicati nello Spirito santo che ci precede. Il ‘per sempre’ è il marchio distintivo dell’amore. Lo è nella vita delle famiglie, attraverso il matrimonio indissolubile. Lo è nella vita verginale, nel cui orizzonte si iscrive il celibato cui vi siete solennemente impegnati». Voto ecclesiastico che la tradizione della Chiesa latina custodisce come un dono preziosissimo ed è segno per tutto il popolo cristiano del per sempre dell’amore di Dio.
Il secondo auspicio ha la ‘voce’ di san Paolo nella Lettera ai Tessalonicesi: “vivete, ammonite, fate coraggio, sostenete, siate magnanimi, pregate”, quasi la descrizione ordinata di quello che «deve essere la vostra vita di ministri, “fratelli tra fratelli”, come recita la “Presbyterorum ordinis”».
Infine il monito che ha il sapore anche di un consiglio affettuoso tra confratelli, «L’amore si impara vivendo, partendo dai bisogni di tutti gli uomini perché Cristo e venuto per tutti gli uomini e le donne. Dovete rinunciare alla visione personale del servizio: non scegli tu, sei mandato, sei preso a servizio perché nessuno si senta o possa essere estraneo ai seguaci del Signore. Esiste una missione più esaltante di questa? Ricordate sempre che siete stati mandati, e che ciò durerà fino all’ultimo giorno, con un orizzonte che è il mondo intero».
Un contesto, questo, su cui il Cardinale torna a conclusione della Celebrazione, dopo la suggestiva liturgia dell’Ordinazione. «Abbiamo potuto percepire la bellezza del rito che ci ha fatto comprendere la lunga preparazione di questi nostri giovani, umili, presi a servizio, non tronfi per una scelta controcorrente».
Il pensiero va a Seveso, dove prende il via la Comunità Seminaristica Educante, per i giovani delle scuole superiori.
«Se qualcuno avesse nel cuore questa inclinazione alla vocazione si apra con un adulto maturo, ne parli, si renda presente, intraprenda un itinerario vocazionale: la nostra Chiesa ambrosiana c’è è pronta ad accogliere. Mi piace ricordare che esattamente ventisette ragazzi che entrano ora in Seminario sostituiranno i venticinque che oggi compiono l’ultimo passo prima dell’Ordinazione sacerdotale. Uomini che sono ordinati per il mondo, nel campo che è il mondo, per andare nel mondo. Come dice papa Francesco, andate nelle periferie, superate una Chiesa autoreferenziale, abbiate il coraggio di coinvolgere tutti i nostri fratelli in questo andare».

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