Come si vede nella splendida miniatura di Cristoforo de Predis al Museo Baroffio del Sacro Monte di Varese.L''immagine del santo vescovo milanese che scaccia l'eresia o colpisce i nemici del territorio ambrosiano, infatti, era tra le più diffuse nel Medioevo, ma non piaceva a san Carlo...

di Luca FRIGERIO

Gli eroi, i campioni del bene, i paladini della giustizia, cavalcano soltanto candidi destrieri, è risaputo. Così san Giorgio va all’assalto del drago. Così si fa ritrarre Napoleone. Così ancora galoppano gli sceriffi del selvaggio West, nell’immaginario collettivo. Sant’Ambrogio, lo si comprende, non sfugge alla regola. Il suo cavallo non può che essere bianco, anzi bianchissimo: un fulmine che s’abbatte sugli avversari del vescovo, che sono poi i nemici della Chiesa stessa, come gli invasori della terra ambrosiana.

Così il patrono della diocesi di Milano è raffigurato, ad esempio, in una mirabile miniatura sul frontespizio di un prezioso antifonario rinascimentale, donato nel 1476 dal vescovo Marliani al santuario del futuro Sacro Monte di Varese e oggi gemma preziosa del Museo Baroffio. Autore ne è quel Cristoforo de Predis, amico di Leonardo da Vinci nei suoi primi anni milanesi, la cui disabilità – era sordomuto – non gli impedì di imporsi quale miniatore e pittore fra i più stimati del suo tempo.

La scena, come chiarisce in modo inequivocabile l’iscrizione che la contorna, mostra Ambrogio a cavallo che, munito dell’immancabile flagello, «scaccia gli ariani da Santa Maria del Monte». Il celebre santuario varesino, infatti, secondo un’antica tradizione fu fondato dallo stesso vescovo di Milano dopo aver “bonificato” l’area dalle ultime presenze ereticali, consacrandolo appunto al nome della Vergine.

Un episodio probabilmente leggendario, ma che si inserisce nel contesto della dura lotta condotta da Ambrogio contro l’eresia trinitaria dell’arianesimo (che sosteneva essere il Figlio differente per natura dal Padre), in quegli anni appoggiata dall’autorità imperiale, evidentemente per motivi politici, più che religiosi. Come accadde nel 386, quando il vescovo si rifiutò di obbedire all’ordine di Valentiniano II, che, sobillato dalla madre Giustina, gli intimava di cedere agli ariani due basiliche milanesi, la Nuova e la Porziana. Una sfida aperta, e tuttavia rispettosa di quella legalità che l’imperatore stesso aveva violato («Consegnare le basiliche non posso, ma combattere non devo», affermò infatti Ambrogio), che si manifestò in un’azione non violenta, con i fedeli milanesi stretti in preghiera attorno al loro vescovo, mentre i soldati assediavano in armi le chiese contese.

Storicamente, dunque, non c’è nulla di più lontano dal vero di questa potente immagine equestre del vescovo Ambrogio, che con furia quieta – si noti l’espressione compassata che il De Predis disegna sul nobile volto del santo – sconfigge e travolge le truppe ariane. Un “modello”, in realtà, che ebbe una fortuna notevolissima per tutto il Quattro e il Cinquecento, dove il patrono dei milanesi appare come l’implacabile persecutore degli errori dottrinali (i suoi scritti teologici quasi fossero brucianti sferzate), ma anche quale difensore risoluto della terra e della popolazione che si onora di chiamarsi “ambrosiana”.

Costantemente invocato dai suoi “figli” nei momenti più bui, infatti, sant’Ambrogio non esita a concedere il proprio aiuto, come raccontano le cronache medievali. L’episodio più noto è quello della battaglia di Parabiago, avvenuta il 21 febbraio 1339, giorno memorabile per la signoria dei Visconti, allorchè, come vuole la leggenda, il santo vescovo apparve al galoppo dal cielo, sbaragliando a colpi di staffile le orde dei mercenari stranieri e guidando così i milanesi alla vittoria.

Un’iconografia, tuttavia, che davvero non piaceva a san Carlo, che di Ambrogio «fu divotissimo e l’ebbe in somma venerazione, ma lo imitò anche in tutto quello che potè», come confermano i suoi biografi. Il Borromeo, infatti, che si spostava significativamente a dorso di mulo nelle sue visite pastorali, contestò duramente quell’immagine del santo patrono, nella quale, per opportunismi dinastici e campanilistici, l’aspersorio era stato trasformato in flagello, la paterna difesa dei più deboli in una carica di cavalleria. Tanto da voler bandire quella battagliera rappresentazione dalle numerose opere realizzate durante il suo episcopato, proponendo altri e diversi esempi della santa autorevolezza di Ambrogio.

 

I Tesori del Museo Baroffio del Sacro Monte sopra Varese
L’antifonario ambrosiano Marliani è soltanto uno dei molti capolavori conservati nel Museo Baroffio del Sacro Monte Sopra Varese, una delle istituzioni museali più interessanti e più “attive”, nel suo piccolo (come si suol dire), in Lombardia.

Per informazioni, tel. 0332.212042 – www.museobaroffio.it

 

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