Non è bastato l'indulto della scorsa estate a ridurre la popolazione carceraria dell'istituto di pena milanese. I reclusi sono più di 1300 e vivono in una cella fino a 8-9 persone


Redazione

14/03/2008

di Luisa BOVE

Non è una novità che l’effetto indulto sia già finito. Soprattutto a San Vittore, che essendo Casa circondariale (ospita quasi esclusivamente persone in attesa di giudizio, ndr) risente più delle carceri il sovraffollamento. L’istituto di piazza Filangieri dovrebbe ospitare 8-900 detenuti e invece sono più 1300. In celle destinate a 4 persone vivono a volte fino a 9-10 reclusi in condizioni disumane. Fino a pochi anni fa nel carcere milanese erano poco più del 50% i detenuti stranieri, oggi sono quasi il 75%, con seri problemi di convivenza. Ogni volta che arrivano nuovi “inquilini” occorre valutare con chi metterli in cella, perché alcune nazionalità non possono convivere con altre e il rischio di tensioni e liti è elevatissimo.

In questo momento gli spazi a San Vittore sono ancora più ridotti perché tre reparti sono chiusi e aspettano di essere ristrutturati. È di alcuni mesi fa l’ennesimo cedimento strutturale: in un’ala del carcere si è abbassato il pavimento. Ma quel che è peggio è che non ci sono ancora i fondi per ristrutturare e non si sa quando potranno iniziare i lavori.

Ogni giorno, dice la direttrice Gloria Manzelli, «entrano dai 38 ai 44 detenuti, con punte fino a 50 in alcuni casi», sono i cosiddetti “nuovi giunti” per i quali dal momento dell’ingresso partono una serie di procedure. Oltre alla schedatura ogni recluso è sottoposto a visita medica e, quando le risorse lo permettono, i meno abbienti ricevono un “kit” al momento dell’ingresso con alcuni beni di prima necessità (spazzolino, sapone e altro).

Ma mantenere i detenuti costa tanto, dai 150 ai 200 euro al giorno. Per San Vittore, spiega la direttrice, si aggiungono anche le frequenti spese di trasferimento. Infatti, nei limiti del possibile, i nuovi reclusi vengono tenuti nell’istituto di pena milanese solo un paio di mesi, poi vengono spostati, a volte in carceri lombarde, ma spesso anche in queli di altre regioni, specie al Sud. Questo comporta ulteriori costi di trasporto (specie se in aereo) e di personale penitenziario. Quando poi inizia il processo l’imputato torna a San Vittore, magari per pochi giorni, e riparte per altra destinazione dopo la condanna.

La questione soldi non tocca solo l’amministrazione carceraria, ma anche i singoli detenuti, che in molti casi sarebbero disposti a lavorare per poter inviare una piccola somma di denaro alla famiglia e acquistarsi qualcosa nello spaccio interno. In realtà, ammette Manzelli, «a lavorare sono solo 400 detenuti, tra gli interni e gli “articolo 21”», cioè quei reclusi che avendo un lavoro esterno escono al mattino e tornano in carcere la sera.

Gli interni vengono “stipendiati” dall’amministrazione penitenziaria che versa la cifra sul conto – interno a San Vittore – del singolo lavoratore. Rispetto all’occupazione esterna alcune imprese offrono lavoro ai reclusi, ma le richieste superano di gran lunga l’offerta. Eppure gli stessi lavoratori contribuirebbero (almeno di giorno) a ridurre il sovraffollamento e a rendere più sopportabile la vita per i compagni che restano in cella.

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