Paolo Damosso, Una cosa in mente – San Giuseppe Benedetto Cottolengo, edizioni San Paolo, 2006 Torino, con DVD allegato in quattro lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo.

Felice Asnaghi

Paolo Damosso autore e regista di produzioni televisive, in questa pubblicazione propone la sceneggiatura del suo film Una cosa in mente su San Giuseppe Benedetto Cottolengo (17886-1842) fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino detta appunto Il Cottolengo e promotore di molteplici iniziative a favore degli uomini più bisognosi. La fiction realizzata nel 2004 dal regista su invito dell’istituzione cottolenghina, è interpretata da attori di primo piano, quali Massimo Wertmuller, Massimo Bonetti, Claudia Koll, Maria Rosaria Omaggio, Renato Scarpa, Claudio Botosso, Francesca Draghetti, Maria Teresa Pintus, Daniela Scarlatti. Il film è stato presentato in Vaticano il 16 dicembre 2007 ed il 24 dello stesso mese veniva trasmesso su RaiTre. 

 

Don Aldo Sarotto, attuale Padre della Piccola Casa della Provvidenza, nella presentazione al libro focalizza le motivazioni di questo impegno letterario (libro più DVD):

« Portare il lettore del nostro tempo a confrontarsi con la persona di quest’uomo Giuseppe Benedetto Cottolengo, cristiano e prete dell’Ottocento, che tanto ha saputo coinvolgersi e coinvolgere nella povertà del suo tempo e di sempre, per offrire a persone in situazioni di bisogno risposte concrete e reali, nonché un senso di appartenenza e di profonda accoglienza umana».

 

Addentrandosi sul metodo di lavoro seguito dall’autore nel narrare la biografia del santo fondatore, don Aldo afferma:

 

«Lo stile sobrio e condotto su quadretti di vita, con cui è scritto il libro e che i capitoli offrono, rende la lettura gradevole e semplice, favorisce l’immaginazione che il film traduce in ambientazioni e scene vissute. Come nel film, anche nel libro ci accompagnano dei fili conduttori come quello del canarino e della gabbia che si fa parabola della vita stessa del Cottolengo e di quanti aspirano ad una più grande libertà dello spirito; quello della libertà dalla logica del denaro, che si incrocia con la fede dell’amore di Dio per noi e l’esperienza della sua Provvidenza, la cui scena più espressiva è rappresentata dalla moneta gettata dalla finestra proprio perché non vi sia assolutamente più nulla su cui contare, se non su Dio soltanto».

 

Anni venti dell’Ottocento, un’epidemia di tifo petecchiale investe Torino causando lutti in tutte le famiglie.  Una pandemia che si aggiunge alla tubercolosi e alla pellagra (poi seguirà il colera negli anni trenta), malattie tipiche delle classi sociali povere e senza diritti.

Nel 1821 alla morte di Carlo Felice il regno sabaudo passa nelle mani del figlio Carlo Alberto che si trova impreparato nel far fronte all’ emergenza sanitaria e vede ben volentieri quelle associazioni religiose che si organizzano per proprio conto o collaborano con le istituzioni civiche per arginare la proliferazione delle malattie tra il popolo. Queste unioni caratterizzeranno la vita sociale prima e dopo l’Unità d’Italia. Accanto alle antiche iniziative caritative come la Società di San Vincenzo de’ Paoli, con il tempo nascono nuove realtà socio economiche di indubbio rilievo: istituzioni assistenziali e creditizie, casse rurali e operaie, società di mutuo soccorso, unioni professionali, circoli giovanili ricreativi ed educativi, cooperative di consumo e di produzione.  

Il sindaco del capoluogo piemontese Carlo Tancredi Falletti si prodiga nella costruzione di scuole di ogni genere e grado; la moglie Giulia Colbert nel campo carcerario insegna a leggere e scrivere alle detenute e promuove la riforma carceraria; don Giuseppe Cafasso si occupa dei detenuti e li accompagna fino al patibolo, non a caso oggi è il patrono dei carcerati. Infine Torino sarà la patria di santi della statura di Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Bosco e Francesco Foà Bruno, nobile ufficiale dell’esercito regio, inventore e scienziato.

 

Il libro si apre con don Giuseppe Benedetto Cottolengo conscio di essere al termine della propria vita terrena. Febbre alta, stanco e debilitato dal tifo, malattia contratta nell’assistere i suoi malati, non accetta l’invito del medico a riposare, anzi gli annuncia che il giorno dopo si recherà a Chieri dal fratello Luigi, canonico del Duomo. Questa incoscienza in realtà nasconde la volontà di don Giuseppe di voler morire accanto ai suoi cari: il fratello Luigi, la sorella Teresa e don Luigi Anglesio  che lo sostituirà nella guida della Piccola Casa della Provvidenza. Un disegno già preparato da tempo e per questo aveva fatto trasferire a Chieri un letto ed alcuni quadri tra cui l’effige di San Vincenzo de’ Paoli.  Con questi intimi amici condividerà le ultime confidenze, ripercorrendo, i momenti più importanti del suo percorso di vita e allo stesso tempo, l’autore, descrive, racconta, presenta al lettore i vari personaggi che man mano si incontrano nella lettura del libro.

Inevitabile il confronto tra i due fratelli. Luigi si muove come se ogni gesto fosse calcolato, Giuseppe non ama calcolare e per questa ragione appare amabilmente improvvisato; Luigi è un uomo che ha una posizione in società, Giuseppe ha dato un calcio a quella posizione circa quindici anni prima. Eppure i due fratelli si cercano, si stimano e si vogliono bene.

Con grazia e gioia Luigi fa preparare il letto, appende i quadri e non manca di fargli una sorpresa: una gabbia con un canarino, la grande passione del fratello Giuseppe.

Il discorso tra i due fratelli si fa serrato. Scorrono davanti ai loro occhi i primi quarant’anni che vedono la loro crescita a Bra, in una famiglia numerosa (12 persone) e molto unita. Il padre è un commerciante nato, sempre pronto ad acquistare e a vendere assicurandosi un buon ricavo. Per questo suo accumulare ricchezze non erano mancate incomprensioni con Giuseppe, il figlio maggiore. Per Giuseppe la questione è chiara: o si sta dalla parte della Provvidenza oppure dalla parte dei soldi.

Poi il seminario, l’arrivo a Torino, come canonico alla chiesa del Corpus Domini e quella notte… il 2 settembre del 1827. Il Cottolengo si trova, all’improvviso, di fronte al dramma di una famiglia. Qualcuno potrebbe definirlo “un caso di malasanità” dell’epoca. Un uomo disperato tal Pietro Ferrario lo cerca in sacrestia perché la moglie Maria Giovanna Gonnet, madre dei suoi due figli, partoriente e malata sta molto male ed è stata rifiutata dai due ospedali della città. La donna ha la tubercolosi. Morirà fra le sue braccia, in una stalla, insieme al bimbo che ha nel grembo. E’ un duro colpo alla sua vita forse troppo tranquilla e regolare. Il momento è drammatico: prega e implora Dio affinché la donna si salvi, lei muore, il marito distrutto dal dolore e dalla fatica caccia il sacerdote che preso dallo sgomento si trascina tra i vicoli della città regia. Un episodio che segna il momento della crisi a cui segue la rinascita. Dal dolore profondo, scaturisce l’ispirazione. Nasce quella “COSA IN MENTE” per la quale farà suonare, in piena notte, le campane della chiesa del Corpus Domini. Una svolta radicale, per molti “quasi folle”. È la svolta dettata dal Vangelo.
Da quella notte passano pochi mesi. È il 17 gennaio 1828 quando arrivano i primi due ricoverati al Deposito della Volta Rossa, tre stanze in via Palazzo di Città al n. 19, in pieno centro urbano.

Via, senza sosta nel dare rifugio a tutti i malati, poveri e abbandonati che bussano alla sua porta, facendosi guidare solo e sempre dalla Provvidenza.

Incontriamo il dr Lorenzo Granetti direttore sanitario dell’ospedaletto; Tommaso Rolando il primo collaboratore che trova i letti, trasporta i malati; Margherita Andrà prima degente, paralitica senza niente e nessuno; il cieco con il quale don Giuseppe gioca a fingersi ciabattino; la marchesa Faustina Roero di Cortanze generosa nobildonna; Ida la perpetua del canonico Luigi, classica donna informata delle vicende di vita di tutti, sempre indaffarata, un po’ permalosa; Marianna Nasi, vedova con un figlio, sempre in corsia a prodigarsi per il prossimoalla quale don Giuseppe decide di affidare alcune ragazze che accettano di giocare la loro vita amando Dio, nel servizio gratuito ai poveri. Nascono così le Figlie di san Vincenzo(oCottolenghine). Doro il malato deforme ritenuto pazzo e compagno di mille partite a bocce; suor Anna che dalla clausura prega ogni giorno per don Giuseppe e la sua grande opera e la sorella Teresa, ben vestita e ben curata e presente nella vita del fratello maggiore. Nel 1833 dopo nemmeno un anno che la Casa si è trasferita nella nuova struttura, il conte Antonio Bartolomeo Tonduti della Scarena ministro del Governo, convoca il Cottolengo a Palazzo per avere chiare notizie sulla situazione economica dell’ospedale.  Il conciliabolo tra i due è stringente tanto che lo stesso ministro  meravigliato che l’opera fosse basata solo sulla Provvidenza, invita il sacerdote a pregare anche per lui. Il re Carlo Alberto gli fa visita e sprona i suoi figli a far lo stesso.

Il libro termina con la morte di don Giuseppe. Al capezzale ci sono il fratello Luigi, la sorella Teresa, il dr. Granetti. Teresa, per volontà del moribondo prende la gabbia del canarino e gliela porge, lui appoggia le mani, Teresa apre la gabbia ed il canarino  dopo un momento di smarrimento spicca il volo: è l’attimo in cui don Giuseppe Benedetto, il manovale della Provvidenza, muore. È il 21 aprile 1842.

 

Per don Giuseppe tutto il suo operato si esprime in un motto:Caritas Christi urget nos (“L’amore di Cristo ci sprona”, San Paolo, 2 Cor 5,14), frase che lo stesso aveva fatto affiggere sulla porta dell’ospedaletto della Volta Rossa. Egli ha fiducia in quella Provvidenza a cui guarda quotidianamente e che indica alle persone che vivono attorno a lui, perché con  Dio non ci sono mezze misure.

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