Dai risultati della ricerca “Churchbook” presentata all’Università Cattolica emerge un quadro di grande ricchezza e di grande attenzione da parte dell’universo dei consacrati nei confronti dei social media

facebook

Un’occasione per riflettere sul ruolo dei social media nella società contemporanea, dall’ambito sociale a quello pedagogico, fino a quello pastorale. È quanto ha rappresentato “Churchbook. Tra social network e pastorale”, convegno organizzato dal Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica di Milano, dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia e dall’Associazione Webmaster Cattolici Italiani (WeCa), svoltosi oggi in Cattolica.

Nel corso del convegno sono stati presentati i risultati di una ricerca sulla presenza e gli utilizzi di Facebook da parte di sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, svolta per orientare l’attività di WeCa al servizio della realtà ecclesiale italiana. Prendendo spunto dal messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2009, dai risultati della prima indagine sulle parrocchie e Internet già realizzata da WeCa e dal numero sempre crescente di utenti di Facebook, l’obiettivo era quello di indagare se e quanto il fenomeno di diffusione e utilizzo dei social network interessasse anche l’universo dei consacrati.

Durata complessivamente tre anni, la ricerca si è articolata in due fasi. Tra marzo 2011 e febbraio 2012 sono stati raccolti i nominativi dei profili in Facebook su cui condurre l’indagine a partire da elenchi disponibili di sacerdoti, di religiosi e religiose delle famiglie Paolina e Salesiana e di seminaristi. Quel che emerge è un quadro di grande ricchezza e di grande attenzione nei confronti dei social media:

– hanno un profilo in Facebook il 17,9% dei diocesani, il 20,4% dei religiosi, il 59,7% dei seminaristi, il 9,3% delle religiose;

– i seminaristi risultano essere anche quelli più attivi: il 20,3% pubblica in bacheca un post al giorno o al massimo ogni due giorni contro il 7,6% delle religiose, il 14,3% dei diocesani e il 18,3% dei religiosi;

– il 73,4% dei soggetti ricorre a immagini in cui, per rappresentarsi, viene messo al centro il soggetto proprietario del profilo connotandolo grazie a elementi contestuali ed esperienziali (identity performance). Il 26,6% dei restanti invece ricorre a scelte di rappresentazione in cui vengono attivate strategie di identity erasure, ossia definendo il proprio sé in Facebook per sostituzione, mascheramento o per negazione.

La seconda fase

Il lavoro di ricerca della seconda fase di “Churckbook” condotto da Cremit ha tratto origine da materiale testuale proveniente dalla raccolta dei contenuti derivanti dalle azioni comunicative in Facebook di un campione di 108 soggetti (diocesani, religiose, religiosi e seminaristi) raccolto in una finestra temporale di tre mesi. Dal punto di vista metodologico, la ricerca è consistita in un’analisi semio-pragmatica delle scelte enunciative e delle strategie conversazionali ricavabili dai profili Facebook e ha preso corpo in due momenti.

Il primo momento dell’analisi si è basato su alcune marche testuali riconoscibili all’interno del profilo di Facebook: il tipo di immagine scelta dal proprietario per identificarsi, la “copertina”, la periodicità con cui queste immagini vengono cambiate, il numero di amici, il tipo di post. Dallo studio di queste marche è stato possibile ricavare informazioni sul profilo enunciazionale e sul tipo di lettore-modello che il proprietario del profilo costruisce. Ricostruire questo profilo significa comprendere le ragioni che sorreggono la presenza in Facebook delle persone, determinare se il discorso che esse costruiscono è autocentrato o eterocentrato, l’unidirezionalità o la reciprocità comunicativa.

La seconda fase dell’analisi è stata condotta attraverso l’uso del software T-Lab, per analizzare le forme retoriche e le modalità di discorso in rete in modo tale da giungere, attraverso l’integrazione degli elementi già emersi nella prima fase, a esplorare i modelli di autorappresentazione dei soggetti facenti parte del campione e le interazioni che si stabiliscono tra essi e il loro social network.

Grazie all’Analisi Tematica è stato possibile esplorare e costruire una rappresentazione dei contenuti del testo (corpus) attraverso significative categorie tematiche (cluster), che spiegano e organizzano l’intera testualità. Sono emersi 5 cluster tematici che spiegano gli scambi comunicativi del campione all’interno di Facebook. Il cluster “Spiritualità” assume maggior peso (25,5%) anche se perde il suo “primato” qualora si consideri la forte presenza – e vicinanza – dei temi del cluster “Devozione” (21,9%) e “Ermeneutica” (20,3%), più oppositivi e determinatori del senso profondo dell’intero discorso. Infine, i cluster “Testimonianza” (18,1%) e “Comunicazione” (14,3%).

Infine sono stati analizzati i ruoli attanziali e sono emersi 5 profili di comunicazione, in relazione alla funzione che assumono attraverso l’area tematica da loro praticata: i “Confessori” che attuano una condivisione dei contenuti della fede cristiana, gli “Attivisti” che occupano l’area della prassi, condividendo significati legati alle pratiche di vita Cristiana, gli “Esegeti” e i “Predicatori” che diffondono i contenuti della fede, e infine gli “Opinionisti” che discutono di vita cristiana in pratica.

La seconda fase dell’indagine condotta dall’unità di Perugia, con un approccio di social network analysis, ha analizzato le reti di relazioni (“amicizie Facebook”) instaurate da un numero significativo di sacerdoti diocesani, religiosi, religiose e seminaristi sul social network nel periodo settembre-novembre 2012. Sono state studiate in particolare le reti di rapporto attivate e tipi di soggetti coinvolti. L’obiettivo era quello di scoprire che tipo di uso i soggetti analizzati fanno del social network.

La ricerca ha evidenziato che la strutturazione dei network dipende dalle reti di relazione in cui i soggetti sono già inseriti offline, confermando usi del social network già rilevati in ambiti di ricerca contigui a quello specifico preso in esame. In particolare è emerso che il “Chi sei” nella vita di tutti i giorni determina tipi diversi di network: la rete Facebook di un sacerdote è diversa da quella di un seminarista, così come è diversa da quella di un religioso o di una religiosa. In secondo luogo, conta l’impegno professionale assunto, “Cosa fai”. Allo stesso tempo, di fianco a relazioni già consolidate nel tempo ne nascono di nuove. La frequentazione dei social network rende possibili nuove forme di prossimità indipendenti dalla vicinanza geografica offline così come, in alcuni casi, indipendenti da una pregressa conoscenza de visu. La ricerca ha evidenziato infine tre diversi usi di Facebook: a) pastorale/“professionale”, b) personale, c) comunitario.

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